“L’anno del dragone”: La “guerra” si combatte giù in strada

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Se è vero che più il vino invecchia più diventa buono, la stessa cosa si può dire per quelle grandi opere filmiche che hanno segnato la storia della cinematografia mondiale. E più passa il tempo, più alcuni film riescono ad ammaliare lo spettatore non solo con quello che si potrebbe definire – in maniera tout court – l’aspetto estetico bensì per la solidità, per la capacità di aver mantenuto intatto, a distanza di decenni, quell’impatto visivo (e anche emozionale) della prima volta in cui ci si è trovati innanzi ad essi. È il caso, questo, di quello splendido poliziesco urbano classe 1985 (lo stesso anno, tra l’altro, di Vivere e morire a Los Angeles di Friedkin) che porta la firma di Michael Cimino: stiamo parlando de L’anno del dragone (Year of the Dragon). A trent’anni di distanza dall’uscita nelle sale cinematografiche, L’anno del dragone, film che ha rappresentato la rinascita (anche se per brevissimo tempo) della carriera di Cimino dopo il disastroso flop commerciale del western mare magnum I cancelli del cielo (Heaven’s Gate, 1980), rimane uno di quei lavori registici (insieme al capolavoro Il cacciatore – The Deer Hunter, 1978) che non avvertono il passare degli anni né tantomeno mostrano scricchiolii di forma alcuna.

Luogo dell’azione del secondo capolavoro di Cimino è la città di New York ove, nel quartiere di Chinatown, si consuma la “guerra” privata del pluridecorato capitano del NYPD Stanley White (Mickey Rourke) – ex Marine che ha combattuto e visto il proprio Paese perdere il conflitto del Vietnam – contro le Triadi della mafia cinese che hanno le mani in pasta con il traffico di droga proveniente dalla Thailandia. Nemesi, nemico principale da eliminare è Joey Tai (John Lone) neo padrino che, con omicidi e assassinii vari, ha sancito la propria ascesa nel mondo malavitoso di Chinatown. Contro Tai e la sua organizzazione, White ingaggia una dura lotta senza tralasciare i modi spicci e brutali affinché possa demolire l’impero criminale del capo triade. Senza tregua, senza mai fermarsi White inizia a destabilizzare le Triadi. Ma ben presto la lotta al crimine gli si ritorce contro: White, con i suoi metodi violenti perde la credibilità del dipartimento di polizia e causa la morte di chi gli sta a cuore. Senza più freni, senza più nulla da perdere e sulla strada dell’autodistruzione, il capitano dà vita ad un vero e proprio “duello” che sfocia in un letale faccia a faccia con Tai.

Ad un primo acchito (ed a uno sguardo distratto) L’anno del dragone potrebbe sembrare il solito poliziesco con qualche variante nelle vicende e, con molte probabilità, è proprio questo il maggiore errore che si commette giudicando troppo velocemente e senza riflettere un po’. Il quarto lungometraggio di Cimino sotto l’aspetto di genere a metà strada tra thriller metropolitano e poliziesco, nasconde ben altro poiché L’anno del dragone è un crudo e senza pietà spaccato degli Stati Uniti nell’immediata fase post Vietnam. Nella nevrosi da giustiziere di White, nella sua impellente “necessità”, dettata da un forte razzismo personale, di ripulire le strade dal crimine asiatico sta il vero fulcro del film. Stanley White è stato testimone del crollo di un mito, dell’abbattimento del gigante stars and stripes portatore di democrazia, libertà e giustizia. La rovinosa sconfitta in Vietnam ha segnato il poliziotto che credeva nella potenza e negli ideali della sua Nazione; ed è proprio verso essa che White, polacco di origine ma nato negli Stati Uniti, sente di dover dare ancora molto e – così – riscattarla dalla più clamorosa rotta nella storia americana. Il capitano, il quale dentro di sé è rimasto sempre un soldato che porta al bavero della giacca la spilla dei Marines, “trasferisce” la guerra in casa propria: tra le affollate, fumose e piovose strade di New York, cerca di pareggiare i conti, di “vincere” quella guerra perduta che rappresentò (e ancora rappresenta) non solo una disfatta militare ma – soprattutto – politica e morale della superpotenza americana in quel continuo incontro/scontro/confronto tra Occidente e Oriente, tra quei due blocchi, quei due “mondi” diversi per cultura e vita e che tuttavia fanno parte dello stesso pianeta.

Cimino è riuscito (insieme a Oliver Stone e alla loro sceneggiatura a quattro mani) nell’intento di offrire, dopo quella intimista e privata de Il cacciatore, una seconda riflessione sul fantasma del Vietnam e su un’America dilaniata (ancor prima che venisse dilaniata, materialmente, dall’11 settembre 2001 e dal terrore globale) psicologicamente e – contemporaneamente – a dipingere un violento e spietato affresco della lotta al crimine. Merito non solo di una regia impeccabile ma ugualmente dovuto da una parte alla incredibile performance attoriale di Mickey Rourke, stella in ascesa durante gli anni ’80, che dà al personaggio di White un carisma e una personalità scattante e, dall’altra, alla splendida ambientazione di una New York diurna/notturna. Nel suo trentennale, L’anno del dragone rimane ancora un inscalfibile poliziesco, una vera e autentica pietra miliare del genere e della storia del cinema, da rivedere per chi lo ha amato ai tempi dell’uscita e imperdibile e da scoprire per chi, ancora, non l’avesse visto.

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