La mia spiccata attitudine di lettrice/recensora è quella di accostarmi a un libro dribblando l’enfasi e i clamori che spesso accompagnano la risonanza mediatica di una pubblicazione per concedermi di esaminarla nel silenzio del ‘dopo’: l’attimo perfetto in cui tutto ciò che doveva sedimentarsi si è sedimentato per lasciare finalmente il posto a una disamina puntuale e il più possibile obiettiva.

Con questo stato d’animo mi sono accinta a leggere “Il treno dei bambini” di Viola Ardone, pubblicato per Einaudi Stile Libero nel 2019, rimanendo piacevolmente colpita dalla storia realmente accaduta a cui l’autrice si è ispirata traducendo con garbo, delicatezza e un fondo di malinconia le vicissitudini esistenziali di un bimbo, Amerigo Speranza, scugnizzo napoletano appartenente a una famiglia poco abbiente composta da sè stesso e da sua madre Antonietta, sarta. Gli Speranza faticano a tirare avanti la carretta, ricorrendo a volte a qualche espediente di troppo per portare in tavola un   tozzo di pane. È per questo motivo che Antonietta, sia pure con qualche incertezza, si convince ad affidare alla cura di una famiglia putativa di Modena, i Benvenuti, il piccolo Amerigo, ragazzino di grandi potenzialità messe al bando dalla necessità di contribuire al ménage familiare con qualche soldo raggranellato dalla raccolta di  vestiti usati prontamente rattoppati dalla sua mamma e poi venduti al mercato sulla bancarella di Capa e‘ fierro, amante di Antonietta oltre che suo datore di lavoro. Amerigo, assieme a Tommasino e Mariuccia salgono, quindi, sul “Treno dei bambini” per trascorrere uno scorcio d’anno presso famiglie benestanti emiliane di fede comunista, pronte in nome della solidarietà ad accogliere le creature segnalate da Maddalena, giovane attivista napoletana ed ex partigiana che ha a cuore la situazione di deprivazione affettiva ed economica dei bimbi più poveri del suo rione. Il contrasto tra la scarna quotidianità del vissuto infantile di questi ultimi e la tranquilla opulenza che li accoglie nelle loro nuove case è stridente e all’origine di non pochi fraintendimenti iniziali, prontamente superati grazie al forte spirito di resilienza dei bambini che si adattano con la determinazione di cui sono intrisi sin dalla nascita a  vivere in un ambiente socio-economico-familiare forse più aperto ai loro effettivi bisogni-interessi. C’è chi sogna ancora di tornare a Napoli e chi, invece, con il placet dei suoi genitori biologici decide alla fine di trasferirsi stabilmente al Nord. Amerigo concorda con Derna, Rosa e Alcide, membri della famiglia che lo ha ospitato a Modena  con grande affetto, di tornare a casa da sua madre accolto, al suo arrivo, da una situazione in buona sostanza stagnante che sarà all’origine di un suo successivo e repentino cambio di orientamento.
Il romanzo si articola in quattro parti movendosi su un filo narrativo diacronico e sincronico, fatto di flashback e di aperture al presente di Amerigo divenuto nel frattempo un conosciuto e stimato violinista. La narrazione procede con buona fluidità narrativa e linguistica adattandosi ai cambi di ambientazione con estrema perizia e coerenza testuali. I personaggi sono tratteggiati a tutto tondo mostrando e raccontando allo stesso tempo con grande equilibrio quello che è il progetto scrittorio della Ardone: raccontare uno spaccato di vita vissuta partenopea (e italiana in senso ampio) in un periodo postbellico complesso senza retorica o sbavature di buonismo. Con estremo realismo ed empatia; e, forse, con la segreta speranza che valori come ‘condivisione’ o ‘solidarietà’ possano ancora essere considerati a ragione pilastri di un’umanità a oggi spesso distratta e marcata da spiccato individualismo. Attraverso una sorta di ravvedimento collettivo finale, lo stesso che accomunerà Amerigo e Antonietta su un piano di riscatto di assoluta parità e di riconquistata serenità.

 

Lucia Guida

Viola Ardone, Il treno dei bambini, ISBN 9788806242329, € 17,50

 

 

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