Impressioni a caldo. Visto su RAI 5 Il cliente di Asghar Fahradi. Troppi, in Italia, dimenticano che l’Iran, cioè la Persia, è un paese con alle spalle 3.000 e più anni di civiltà. L’unico popolo che riuscì a tenere testa all’avanzata romana in Oriente. I greci lo capirono meglio di quanto lo capiamo noi occidentali di oggi. I Persiani di Eschilo portano in scena gli sconfitti, non i vincitori e, anzi, sulla scena sentiamo le ragioni degli sconfitti proprio per capire le ragioni della sconfitta. Oggi, invece,  li contrastiamo per il loro fondamentalismo religioso (ma allora perché non contrastare anche gli Emirati Arabi, per esempio?). Che poi la società iraniana è molto meno osservante, molto più laica di quanto pensiamo. Devono subire la cappa degli imam come noi subivamo quella della Chiesa in Europa e in Italia, fino a non troppi anni fa. Anzi, in Italia, tuttora. Basta vedere quanta resistenza ostacoli ancora l’approvazione di una legge sull’omofobia e sul riconoscimento del matrimonio – non dell’unione civile, che con fatica è stata ottenuta, ma del matrimonio – tra persone dello stesso sesso. Dunque, non impalchiamoci a giudici degli altri. Il primo a dissentirne sarebbe proprio colui che chiamiamo a copertura dei nostri pregiudizi religiosi e politici: Gesù. Non giudicare e non sarai giudicato. Vedi la pagliuzza nell’occhio altrui e non vedi la trave nel tuo. L’attuale papa lo ha capito meglio di chi ostenta il rosario come simbolo identitario: chi sono io per giudicare i comportamenti degli altri? L’unico giudizio possibile è tra la giustizia e l’ingiustizia. Cito a mente. Ma sarà solo una coincidenza che il parere del papa sulla gratuità del vaccino per tutto il mondo coincida con il parere degli scienziati? A che varrà che il ricco si creda libero dal contagio perché vaccinato se il povero non vaccinato potrà contagiarlo con una variante del virus contro cui il vaccino del ricco è impotente? Voglio evidenziare che il problema è ciò che l’Occidente ricco non vuole vedere. Ormai la sua cultura e la sua tecnologia hanno conquistato il mondo, ma il possesso di questa cultura e di questa tecnologia permetterà al mondo conquistato di contrastare e forse dominare a sua volta l’Occidente che si crede dominatore. La Grecia conquistata ha conquistato il conquistatore, dicevano i Romani. Sta succedendo lo stesso, oggi. Che esistano un cinema giapponese, cinese, indiano, turco, iraniano, africano, e spesso di livello identico se non a volte superiore del nostro, non dice niente? Che Cina, Corea, India siano ai vertici dell’invenzione e dell’industria informatica non ci mette in sospetto? Pensiamo che basti un contrasto di dazi o di blocchi a fermare l’evoluzione? E siamo poi sicuri che le democrazie occidentali siano il trionfo della democrazia, all’interno e all’estero? Che altri sistemi non possano essere più efficienti, per esempio, a debellare la fame dei popoli? C’è un capitolo nelle Storie di Tucidide che già individua il tallone di Achille delle democrazie. Ed è il contrasto tra i legati dell’isola di Melo, oggi Milo, e gli Ateniesi. Gli ateniesi riconoscono che le ragioni dei Milesi hanno fondamento. Che le pretese di Atene sono arbitrarie. Ma mettono i Milesi di fronte al fatto reale: Atene è più forte di loro, e dunque la sua forza è la sua ragione. Nemmeno Machiavelli ha mai sondato con più lucidità le ragioni della politica. Gli Ateniesi punirono la ribellione di Melo uccidendo tutti i maschi dell’isola e deportando le donne. Ripopolarono l’isola con altre popolazioni. Gli Usa in Cile e in Argentina si sono comportati diversamente? Si è comportata diversamente l’URSS con l’Ungheria e la Cecosolovacchia? E di fronte a quanto sta accadendo in Mianmar, che cosa fa l’Occidente difensore della democrazia? Sono andato lontano, ma non troppo.

Il film di Asghar Fahradi ci ributta in faccia tutte queste domande. C’è un momento del film, che sembra la sua chiave. Il marito ha scoperto chi sia l’uomo che ha aggredito in casa sua moglie. Pensava di trovarsi di fronte a un giovane e spavaldo stupratore. Si trova invece davanti a un vecchio malato di cuore. Essere scoperto lo disarma, lo rende una vittima, lui che da maschio aveva insidiato la femmina sola e indifesa. Chiede di non essere distrutto. Di non essere svergognato davanti alla famiglia. Chiede perdono: è stato un attimo di pazzia, succede a tutti. Il marito della donna violata è, invece, inflessibile, vuole svergognarlo davanti alla moglie, alla figlia, al futuro genero. E’ qui che scatta il significato profondo del film, il marito davvero vuole denunciare l’oltraggio subito da sua moglie, difendere l’onore di sua moglie?  O non vuole piuttosto vendicarsi del proprio onore oltraggiato? Davanti al vecchio colpito da infarto, la moglie stuprata gli chiede: risparmialo, lascialo andare. Vuoi la vendetta? Ecco sta in quella domanda il senso del film: vuoi la vendetta? Si pensa perfino all’Oresteia di Eschilo, in cui appunto la logica della vendetta è sostituita da quella della giustizia di un tribunale. L’umanità delle ultime scene, la famiglia del vecchio che ringrazia il marito per averlo soccorso, e noi sappiamo che non lo ha soccorso, lo ha anzi schiaffeggiato e probabilmente proprio quello schiaffo ha provocato l’infarto, la vista del vecchio umiliato, “perdonatemi”, sono scene che non si dimenticano, di una violenza emotiva quasi insopportabile, eppure di una umanità rivoluzionaria, il diritto alla giustizia sostituito dalla necessità di perdonare il male compiuto dagli altri. E’ qualcosa di sconvolgente ciò che ci dice qui Fahradi. Sembra quasi echeggiare l’affermazione di Socrate che il male fa più male a chi lo fa che a chi lo subisce. Ma, chi sa, dietro ci sono pure gli Avesta, l’inestricabile intrico di male e bene, la contesa tra Angra Mainyu, Arimane e Ahura Mazdā, in qualche modo penetrati anche nell’islam sciita persiano, e allora la straordinaria intuizione di Fahradi è il suo superamento nella sospensione del giudizio.

Capisco che agli ayatollah sembri un regista sospetto. Sarebbe sospetto anche ai cattolici, ai luterani, agli anglicani, per i quali l’opposizione di bene e male è un dogma. Ma tutto questo per dire altro. Chi mette in discussione i valori indiscutibili, non negoziabili di una società, è sempre qualcuno che suscita sospetti. Mi dispiace che la letteratura, il cinema, l’arte, di questi paesi, salvo qualche nome, come Fahradi, non siano bene conosciuti da noi. Sono il sintomo di un cambiamento. Loro si sono impossessati della nostra cultura, senza che noi li abbiamo ricambiati di un uguale interesse per la loro. Ma si sono anche dimostrati assai abili nell’adattare alla propria tradizione culturale ciò che hanno appreso da noi. Dovremmo seguirli, conoscerli. Se non altro cominciano da dove abbiamo cominciato noi: mettere in discussione principi ritenuti fondamentali, inderogabili. Abbiamo da imparare da loro, se non altro per ritornare alle nostre premesse culturali, per imparare di nuovo quanto loro hanno già capito di dovere imparare da noi. Temo, purtroppo, che un malinteso orgoglio culturale, una rivendicazione fasulla di primato, non ce lo faccia intendere. E sono quasi certo che, a lungo andare, gli sconfitti, i sottomessi, saremo noi, non loro. Perché alla nostra rigidità ideologica loro opporranno la loro, se volete, anche cinica capacità di assimilazione, sempre asservita comunque a preservare la propria identità culturale, proprio ciò che noi non siamo più capaci di garantire. Ma se volete sapere la mia opinione, non ho paura, non vedo nemici. Anzi, saranno proprio loro che riusciranno a salvare una tradizione che noi non siamo più in grado di continuare a rendere fertile e produttiva. E’ già accaduto tra Greci e Romani, tra Mediterraneo e Nord Europa. Accadrà di nuovo tra un Occidente declinante e un Oriente vitale come mai prima. Pensate a Flavio Giuseppe. Ad Agostino. Ad Ammiano Marcellino. A Carlo Magno. A Fozio. A Duns Scoto. A Shakespeare. A Goethe. Ma anche ai poeti del Ramayana, del Mahabharata. A Lao Ttsè. A Kurosawa. La globalizzazione che spaventa così tanto i piccoli borghesi del mondo – e sono proprio loro ad averla favorita, se non altro per avidità di consumo – è stata da sempre lo stimolo di ogni civilizzazione. Che cos’erano Alessandro e Cesare? Conoscersi non ha mai fatto male a nessuno. Chi pensa che Mozart sia il sublime della musica – e io sono tra quelli che lo pensano – deve comunque arrendersi all’evidenza che non è l’unico sublime della musica. Un tibetano, un indiano, un cinese potrebbe opporre altri e diversi esempi di sublime. Da tipico figlio dell’Occidente non li conosco. Ma se li conoscessi? Anche Apelle non lo conosciamo. I greci giuravano che fosse il più grande pittore mai esistito. E lo stesso dicevano i veneziani di Tiziano, gli olandesi di Rembrandt, i francesi di Poussin, i tedeschi di Dürer. Niente da obiettare. Ma se ci fosse anche altro? In che cosa la scoperta di altri Mozart o altri Dante, sublimi quanto quelli che conosciamo noi in Occidente, diminuirebbe la sublimità del nostro Mozart e del nostro Dante? Intanto, godiamoci la complessa e problematica ambiguità del film di Fahradi.

Articolo precedenteIl colore delle strade
Prossimo articolo‘LA DONNA DEGLI ALBERI’ di LORENZO MARONE
Dino Villatico
Sono nato a Roma nel 1941, il 28 aprile. Infuriava la guerra. Dagli 8 ai 15 anni ho frequentato le scuole argentine (elementari e Colegio Nacional, il nostro liceo) a Bahía Blanca, Provincia di Buenos Aires. L’apprendimento di un’altra lingua, lo spagnolo, mi aprì la mente all’esperienza di pensare in molte lingue. Devo a questa iniziazione l’attuale familiarità, più o meno stretta, con lo spagnolo, il francese, l’inglese, il tedesco, il greco, antico e moderno, il latino. In Italia ho frequentato il liceo classico e poi l’Università. L’Università di Roma, allora, era una fucina di idee e di sperimentalismo. Conobbi Federico Chabod, Nino Perrotta, Natalino Sapegno, Nino Borsellino, Aurelio Roncaglia, Bruno Migliorini, Ettore Paratore, Ugo Spirito, Gustavo Vinay, Alberto Asor Rosa. Mi laureai con Sapegno redigendo una tesi su un poligrafo fiorentino del ‘500, Antonfrancesco Doni, ma relatore fu Nino Borsellino, che restò poi un caro amico, e correlatore fu Asor Rosa. Perfezionavo intanto i miei studi di pianoforte con Vera Gobbi-Belcredi. Ho insegnato materie letterarie nel Ginnasio (greco, latino, storia e geografia, italiano) e in seguito italiano e latino al liceo: le due lingue classiche restano, comunque, capisaldi del mio rapporto con il mondo, l’occhio di Omero, di Sofocle, Euripide, Platone, Aristotele, Lucrezio, Virgilio, Catullo, Tacito, Marcellino, e tra gli scrittori cristiani di Origene, di Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, di Agostino, Tommaso, Duns Scoto, è un occhio per me insostituibile e ineliminabile. “Punti di riferimento”, poeti e scrittori come Shakespeare, Cervantes, Calderón, Góngora, Baudelaire, Goethe, Rilke, Benn, Eliot. Ho collaborato con la Repubblica in qualità di critico musicale e dal 1980 divenni docente di storia della musica nei conservatori: dapprima ad Avellino, poi a Firenze, infine a Venezia. Ho scritto qualche racconto che è stato pubblicato su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti, e testi teatrali, di cui alcuni rappresentati con successo a Roma, ad Asti, a Bari, a Bologna, a Viterbo, a Venezia. Continuo a scrivere critica musicale e altri scritti di vario genere. Latino e greco non sono per me lingue morte, ma le lingue vive dei miei padri. Chiudo, perciò, questo breve promemoria con una citazione oraziana: Immortalia ne speres, monet annus et almum quae rapit hora diem.

LASCIA UN COMMENTO

Prego, inserisci il tuo commento
Prego, inserisci il tuo nome