“Daylight”. La libellula e il tulipano rosso | Recensione

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L'autrice Lisa Di GiovanniSolo la libellula e il tulipano rosso costituiscono due punti fermi all’interno del variegato, ingovernabile e profuso flusso di coscienza di Lisa Di Giovanni, autrice della silloge Daylight, che racchiude all’interno di un’unica cornice il frutto di più di vent’anni di poesia e riflessioni. Non è facile, infatti, trovare un filo conduttore univoco in questa raccolta di brani di varia natura, che vanno da componimenti lirici a racconti brevi, da dediche in strofe a pensieri in versi e che denotano un forte grado di spontaneità. Ogni sezione del volume è separata e porta un titolo evocativo, ma resta intensa l’impressione, sfogliando le numerose pagine, che non ci sia una vera cesura all’interno di questa nube indistinta di emozioni, dalla quale emergono come luci intermittenti temi universali come il dolore, la paura, la solitudine, l’eternità.

L’ambivalente nome della prima parte del libro, Tulband (turbante), evoca un misticismo dal sapore quasi orientale e, allo stesso tempo, richiama il tulipano, elemento che l’autrice elegge a simbolo per la natura sfaccettata della sua opera. Sboccia come l’amore, fiorisce come un sentimento, rifulge come gli attimi che scandiscono il tempo di una vita, immerso in una natura che sembra riflettere, in ogni volto, l’esperienza umana. La natura, più di ogni altra cosa, offre all’autrice uno specchio ideale: il mare accoglie le lacrime, le stelle illuminano gli occhi dell’amato, le nuvole sono libertà e le montagne sono silenzio, così come il sole è passione, e la luna è dolcezza. Negli elementi di un ambiente primordiale e spoglio di sovrastrutture umane, l’anima dell’autrice sembra muoversi tra le gioie e i dolori come tra il giorno e la notte, in una ricerca che non sembra avere un fine oltre a quello, esclusivo, dell’esplorazione della propria identità. E l’esplorazione diventa, tra i versi, una trasposizione, dove le emozioni si confondono con i simboli e con i propri protagonisti, finendo per creare confuse sinestesie.

Tra i versi siedono, inaspettati, i tre racconti che costituiscono la seconda parte del volume, intitolata Il dragone rosso. Ritorna il colore rosso, che dal tulipano si incarna in un’ardente figura leggendaria a simboleggiare la passione. Il filo conduttore, qui, è più chiaro: l’amore, perduto e ritrovato, ingannevole e sfuggente, nostalgico e abbandonato, dai diversi volti ma sempre filtrato da una sensibilità esclusivamente femminile. In questa parentesi in prosa la scrittura acerba, a tratti infantile, stride con l’elegia a cui si ispira, in una bizzarra commistione di quotidianità e di lirica che denota, ancora una volta, una sincera istintività. Nella narrazione i sentimenti vengono scompigliati a tal punto che l’io si confonde con il tu e il tu con il lei, in una miscela di persone e tempi verbali che dall’autrice passa ai personaggi e, da questi, a ciascuno di noi.

Il carattere elusivo dell’identità caratterizza anche la terza sezione del volume, Il giardino dei tulipani, che dall’amore muove i propri passi verso il più ampio orizzonte dell’intera natura umana, come alzando lo sguardo da un singolo fiore a un’intera distesa erbosa. Su ogni pagina, quasi lapidarie, sono appoggiate poche righe che, brevemente, traducono su carta i pensieri dell’autrice sul senso dell’esistenza, sull’arte e sulla poesia – con un risultato autoreferenziale ­–, sulle passioni, sulla morte, e di nuovo sulla natura, tangibile e quasi carnale, a ricercare nella pienezza dei cinque sensi un’àncora materiale. Tra i versi emerge un conflitto tra maschere interiori, tra uno sguardo elegiaco e un desiderio di concretezza, tra la sofferenza esistenziale e l’eterno appagamento dei legami famigliari. Questo “giardino” accoglie una maturità più spiccata, una consapevolezza di spessore che, come dall’infanzia all’età adulta, accompagna il libro a ricongiungersi con il proprio titolo, richiamando quella “libellula” che, liberatasi del proprio involucro protettivo, ha guadagnato la propria libertà.

Ai temi universali si approccia un lessico disordinatamente misto, che in un fondo d’ingenua semplicità accoglie aperture liriche più ricercate, privo di una direzione univoca ma fortemente intimistico. Le prefazioni, condite da un uso inappropriato della punteggiatura, sono quasi superflue. La poesia della Di Giovanni dimostra di non avere né briglie né un’anatomia chiara, in bilico tra conscio e inconscio, tra ordinario e pindarico. E come tale andrebbe letta: da spettatori e non da critici, senza regole o preconcetti.

Info

Autore: Lisa Di Giovanni
Editore: Youcanprint
Genere: poesia, racconto
Pagine: 224
Prezzo: € 15,90

1 commento

  1. Buongiorno, ringrazio la redazione e la giornalista per aver dato spazio e dedicato tempo alla lettura del mio libro: Daylight. Sono rimasta molto colpita dalla recensione, è stata colta l’essenza delle mie parole e Maria Bertacche ha capito esattamente che il libro è stato scritto in diverse fasi della mia vita. La prima poesia è stata messa su carta nel 1996 e l’ultima nel 2015. Vale lo stesso per i racconti. Qualche anno fa scrivevo in modo più complesso, poi un giorno ho conosciuto Elio Pecora, ha letto alcune pagine del mio libro è mi ha detto di lasciare andare la complessità e di scrivere in modo semplice, perché la Poesia, quella vera, è necessaria a tutti e deve essere compresa da tutti. Il critico mi ha fatto notare come “Ernesto” fosse l’emblema di quello di cui la sua anima in quell’attimo avesse bisogno. La confusione e i continui voli pindarici sono i salti nel buio che si fanno quando si cerca di elaborare una perdita. Così si vola in un limbo senza meta, con la speranza di uscire dall’oblio.

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