
Le emozioni più intense non sono sempre quelle destinate a durare. Con “Radar”, David Vanchieri racconta proprio quel sottile confine tra l’entusiasmo di un incontro e la consapevolezza che alcune storie siano destinate a dissolversi con il passare del tempo. Attraverso sonorità contemporanee e un testo che riflette sulle relazioni nell’epoca della velocità, il cantautore invita a riscoprire l’importanza dell’ascolto interiore, trasformando il cuore nel vero strumento capace di orientare le scelte più autentiche.
In questa intervista per Cyrano Factory, David Vanchieri approfondisce il significato di Radar, parla del suo processo creativo, del rapporto tra cuore e ragione, delle sfide che affronta come artista e delle nuove direzioni musicali che desidera esplorare.
“Radar” racconta emozioni che molti hanno vissuto almeno una volta. Quanto è importante riconoscersi nelle proprie canzoni?
Per me è fondamentale. Una canzone smette di essere solo mia nel momento in cui qualcuno ci ritrova un pezzo della propria vita. Se un ascoltatore si sente meno solo grazie a quello che ho scritto, allora quella canzone ha davvero raggiunto il suo scopo.
Il cuore può davvero essere un radar più affidabile della ragione?
Credo che il cuore e la ragione debbano imparare a dialogare. Il cuore è spesso il primo a percepire qualcosa che non riusciamo ancora a spiegare, mentre la ragione ci aiuta a dare un perchè a quello che proviamo. In “Radar” ho voluto raccontare proprio quel momento in cui il cuore lancia dei segnali, ma noi scegliamo di ignorarli perché ci lasciamo trascinare dall’entusiasmo o dal desiderio che una storia funzioni. Col tempo ho capito che ascoltare il proprio istinto è importante, ma lo è altrettanto fermarsi a riflettere. Quando cuore e ragione trovano un equilibrio, è lì che facciamo le scelte migliori.
Quando scrivi parti prima dalle parole, dalla melodia o dalle emozioni?
Parto quasi sempre da un’emozione. Se non sento qualcosa di vero, faccio fatica a scrivere. Poi può nascere una frase o anche solo un’immagine, ma tutto deve avere un significato. Per me una canzone non è solo un insieme di note: è un modo per dare voce a qualcosa che spesso non riusciamo a dire nella vita di tutti i giorni.
Il videoclip racconta la ricerca di qualcuno che sembra sempre sfuggire. Che significato ha questa immagine?
Rappresenta tutte quelle persone che inseguono un sentimento senza riuscire mai ad afferrarlo davvero. A volte rincorriamo qualcuno, altre volte un’idea d’amore che esiste solo nella nostra immaginazione o nei film. Volevo raccontare quella sensazione di vicinanza e distanza che tante relazioni fanno vivere.
Essere artista oggi significa anche affrontare tante sfide. Qual è quella che senti più difficile?
Credo che la sfida più grande sia riuscire a rimanere autentici. Oggi tutto corre velocissimo e spesso si ha la sensazione di dover seguire continuamente le mode o gli algoritmi. Io vorrei che la mia musica venisse ricordata per quello che fa provare, non solo per i numeri che riesce a ottenere.
Dopo “Radar”, quali nuove direzioni musicali ti piacerebbe esplorare?
Mi piacerebbe continuare a evolvermi senza perdere la mia identità. Amo le atmosfere dream pop e l’elettronica elegante, ma vorrei sperimentare anche sonorità più cinematografiche e testi che raccontino non solo le relazioni, ma anche temi più universali. L’importante è che ogni brano abbia qualcosa di vero da dire e riesca a emozionare chi lo ascolta.