
Al centro del libro di Rosanna Rizzo c’è una trasformazione silenziosa ma decisiva, quella di una bambina che impara a riconoscere il proprio valore in mezzo al giudizio degli altri. “L’ombra ai miei piedi” è un percorso che tocca temi attuali come l’identità, l’accettazione e il bisogno di essere visti davvero.

C’è una frase molto forte: “Sorridere è un buon modo per non occupare spazio”. Quanto è centrale, nel libro, questo tema del farsi piccoli per sopravvivere?
Questa frase rappresenta uno nucleo emotivo fondamentale del romanzo. “Farsi piccoli per sopravvivere” non è semplicemente un gesto esteriore della protagonista, ma un vero e proprio meccanismo di adattamento che attraversa tutta la storia. Nel passaggio tra scuola primaria e medie, il gruppo diventa più rigido e la protagonista sente in modo pesante gli sguardi sul suo corpo, per questo motivo l’occupare meno spazio possibile, che poi non è solo spazio fisico, ma anche emotivo e sociale, viene considerato come l’unico modo per ridurre il rischio di essere colpita e, “Sorridere è un buon modo per non occupare spazio” sintetizza proprio questa strategia. Il sorriso non come apertura, ma come una sorta di maschera: non un sorriso che invita, ma un sorriso di scusa, quasi un modo per dire che non vuole disturbare con la sua presenza. Nel romanzo questo aspetto è centrale perché mostra come il bullismo non agisca solo con l’aggressione diretta, ma anche inducendo chi lo subisce a modificare la propria presenza nel mondo e a vivere la quotidianità in modo trattenuto.
Nel corso della storia l’Ombra cambia, si evolve. Quando hai capito che non doveva essere solo un elemento negativo, ma anche uno strumento di consapevolezza?
L’Ombra nella sua origine ha una valenza negativa perché nasce dal dolore, dalla paura, dalla sofferenza. Evolve però in uno strumento di consapevolezza, perché costringe la protagonista a guardarsi dentro per cercare di imparare a stare nel mondo. Ecco che l’Ombra non è più solo ciò che la schiaccia, ma è anche ciò che la mette davanti alla necessità di essere vista, davvero, prima di tutto da se stessa e poi dagli altri. C’è un passaggio nel romanzo “…sapeva che l’Ombra non sarebbe stata l’unica compagnia. Avrebbe dovuto imparare a riconoscerla, a conviverci… o a trovare qualcuno che la vedesse”: è qui che emerge un elemento diverso e cioè la possibilità di riconoscerla. E riconoscere qualcosa significa cominciare a sottrarsi, gradualmente, al suo dominio.
Il passaggio alla scuola media segna una svolta importante. Quanto hai lavorato su quella fase di transizione, così delicata e spesso sottovalutata?
Ho lavorato molto su quel passaggio, perché credo sia uno dei momenti più fragili della crescita. Il passaggio dalla primaria alle medie è una sorta di limen: non sei più bambino, ma non sei nemmeno “altro”. È una terra di mezzo in cui tutto viene vissuto in modo amplificato: il giudizio, il bisogno di appartenenza, la percezione del proprio corpo, la paura di essere esclusi. Nel romanzo questo passaggio passa soprattutto attraverso il cambiamento del corpo e, nel capitolo d’ingresso alla scuola media questo cambiamento non avviene attraverso un evento eclatante, ma attraverso una somma di percezioni: i corridoi che sembrano restringersi, gli sguardi che diventano quasi fisici, il confronto immediato con i corpi degli altri. È anche il momento in cui l’Ombra prende davvero forma. Fino a quel punto accompagna il dolore; alle medie invece trova una voce e propone una strategia di sopravvivenza: diventare più piccola, più leggera, meno visibile. Ed è lì che Ada comincia a costruire, anche dolorosamente, uno sguardo su di sé. Proprio per questo, nel romanzo, il passaggio alle medie non è solo un cambio di scuola, ma il punto in cui l’identità comincia davvero a definirsi , soprattutto nel confronto con gli altri e nel bisogno di essere vista.
Guardando al panorama editoriale di oggi, pensi che ci sia abbastanza spazio per libri che parlano ai ragazzi in modo così diretto, senza filtri o semplificazioni eccessive?
Nel panorama editoriale esiste una crescente attenzione verso la narrativa per ragazzi e verso storie che affrontano temi complessi Il punto, però, è come si parla ai ragazzi. Spesso c’è ancora la tentazione di semplificare, di addolcire, di filtrare il dolore pensando di proteggerli. Io credo, invece, che i ragazzi riconoscano subito l’onestà narrativa. Non hanno bisogno di versioni edulcorate della realtà; hanno bisogno di storie che sappiano nominarla con verità, ma con responsabilità. Parlare in modo diretto non significa essere brutali, ma prendere sul serio il loro mondo emotivo. La vergogna del corpo, il desiderio di sparire, il bisogno di essere visti: sono esperienze reali, spesso vissute in solitudine ed ecco che una storia può diventare uno spazio in cui quelle emozioni trovano finalmente un linguaggio. Credo che il vero rischio, oggi, non sia dire troppo, ma dire troppo poco. O peggio: parlare ai ragazzi come se non fossero già immersi nella complessità. La sfida per chi scrive è trovare una lingua capace di attraversarla senza tradirla. Ed è quello che ho cercato di fare con L’ombra ai miei piedi: non semplificare il dolore, ma renderlo leggibile, condivisibile, umano.