Vita e carriera criminosa di Michael Gordon Peterson (Tom Hardy) nell’arco temporale di trent’anni: dalle aggressioni nei confronti dei compagni di classe e dei professori, ai primi furtarelli, per poi arrivare ai pestaggi contro i poliziotti e le rapine negli uffici postali. Nel 1974 viene condannato a sette anni di carcere e, da quel momento, Peterson diventa un idolo tra i detenuti dando vita a rivolte, risse contro le guardie carcerarie e continui trasferimenti da una prigione ad un’altra. Uscito dopo aver scontato la condanna, si da alla boxe clandestina, adotta lo pseudonimo di Charles Bronson in onore dell’omonimo attore fino a quando, dopo l’ennesimo furto, torna dietro le sbarre, dove ancora oggi risiede.

Nicolas Winding Refn (o NWR, come si fa chiamare da qualche mese a questa parte) è uno di quei registi che nell’ultimo decennio è stato capace, senza fronzoli o remora alcuna, di portare sul grande schermo opere capaci di mostrare e far riflettere sull’annichilente tema della violenza. Dopo la messa in scena del mondo criminale nella trilogia di Pusher (1996-2005) e prima dei massacri/martirii di Valhalla Rising – Regno di sangue (Valhalla Rising, 2009) e delle esplosioni di sangue in Drive (id., 2011), con Bronson (id., 2008) l’autore danese si è cimentato nel raccontare l’esistenza di una delle più controverse figure della cronaca inglese. Biopic inusuale e molto sui generis, Bronson è un film che non va alla ricerca dei perché, né tantomeno cerca di porre alcun tipo di giustificazione all’indole violenta di Michael Peterson, il criminale inglese a più alto profilo di pericolosità che, nonostante le sue imprese criminali, non ha mai ucciso nessuno ed ha un personale codice d’onore (i bambini e le donne non si toccano).

Costruito sull’alternanza di flashback e di una rappresentazione teatrale fatta dallo stesso Peterson, Bronson si dimostra in tutta la sua crudezza quello che è: un tour de force nel baratro della violenza, nella più insensata e cieca pulsione a cui un uomo può essere assoggettato. Nonostante lo stesso Refn sia affascinato da tale argomento Bronson – così come tutti i lungometraggi antecedenti e successivi ad esso – non si riduce a mera e gratuita mise-en-scène dei ripetuti atti violenti ad opera di Michael Peterson/Charles Bronson ma, piuttosto, fa in modo che la macchina da presa diventi una sorta di occhio scientifico che, con metodo antropologico, sonda quei luoghi oscuri dell’anima umana. La pulsione violenta del criminale inglese non ha giustificazioni, così come non è collegata a disturbi psichici di alcun tipo (vero ma incredibile); semmai è proprio attraverso le meccaniche azioni violente che si riesce a carpire di come Peterson/Bronson risponda ad un indomabile istinto ancestrale, votato ad ingrandire un ego senza limiti, sproporzionato e in cerca della gloria, della notorietà e della plasticità fisica mediante la reiterazione di risse e scazzottate.

Diversamente da Quentin Tarantino, il quale nei suoi film si diverte a giocare con una violenza cartoonesca ed iperbolica, Nicolas Winding Refn affronta il tema in modo serio, senza autocompiacimenti e gratuità di sorta, nonostante Bronson sia permeato da situazioni altamente grottesche e da un humour che più nero non si può. Merito del one man show affidato al bravissimo Tom Hardy (qui granitico e muscoloso a dismisura per il ruolo) che con la sua interpretazione è capace di suscitare la risata nello spettatore ma anche, dopo pochissimi secondi, di fargli gelare il sangue nelle vene (così come succede con il Ryan Gosling protagonista di Drive), Bronson si rivela essere un vero esercizio di stile ed estetica registica, un’opera disturbante ma essenziale insieme agli altri lavori del regista come il fondamentale e imperdibile Drive, Solo Dio perdona (Only God Forgives, 2013) e il recente The Neon Demon (id., 2016), per capire di quanto la violenza sia presente nella quotidianità della società e riflettere su come sia sempre vicina a noi.

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