“Birdman”: i voli pindarici sul viale del tramonto

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Attore hollywoodiano ed ex star sul viale del tramonto, famoso nell’immaginario collettivo per aver interpretato un supereroe mascherato, Riggan Thomson (Michael Keaton) vuole dimostrare alla critica, al mondo ed ai fan (e un po’ anche a se stesso) di non essere un “semplice” attore da film blockbuster ma qualcosa di più. E per fare ciò, a Broadway, mette su uno spettacolo tratto da un lavoro di Raymond Carver. Tra “misteriosi” incidenti sul set che mettono fuorigioco gli attori non proprio formidabili, un rapporto conflittuale con la sua figlia-manager ed ex tossicodipendente Sam (Emma Stone), colpi bassi e liti con l’attore sostituto Mike Shiner (Edward Norton), Riggan – con tutte le sue forze – cerca di resistere alle varie anteprime fino al giorno del debutto, non immaginando neanche il risultato che ne conseguirà.

Con Birdman (id., 2014) Alejandro González Iñárritu, per una volta, mette da parte le storie crude, disperate e lacrimose (vedi la cosiddetta Trilogia della morte composta da Amores perros [id., 2000], 21 grammi – Il peso dell’anima [21 Grams, 2003] e Babel [id., 2006], senza dimenticare Biutiful [id., 2010]) con cui si è fatto largo egregiamente nel panorama cinematografico internazionale, per portare sul grande schermo una graffiante satira al vetriolo che sberleffa Hollywood e dintorni. Nel raccontare le vicende “tragicomiche” di Riggan, Iñárritu non rinuncia a niente: dialoghi grotteschi e acidi, personaggi sui generis che lasciano veramente il segno e una storia che non annoia mai, nonostante tutto il film inizi, si sviluppi e si concluda all’interno di un teatro. Ed è proprio in questo luogo “sacro” che il confronto tra Riggan e le sue capacità prende le mosse: l’attore cinematografico può (e sa) recitare su un palco? Il regista messicano non solo ironizza sullo star system di Hollywood dal quale ogni attore/attrice è – automaticamente – escluso/a se non riesce ad andare oltre la figura-simbolo con cui si è fatto/a strada ma, contemporaneamente, mette in scena l’ormai secolare “scontro” tra l’arte dell’hic et nunc (il teatro) e le mirabilia di cui la Settima Arte (il cinema) è capace.

Lo stesso Riggan si trova, ben presto, ad essere scisso in due: l’ex attore di Hollywood passato all’impegno teatrale e il suo alter ego Birdman (da qui l’omonimo titolo), l’eroe mascherato (e piumato) che, da una parte, gli ha dato la fama ma, dall’altra, non gli ha mai permesso veramente di sfondare. È questo suo “doppio”, questo doppelgänger che porta il protagonista a vivere, in maniera allucinata, tra realtà e sogno finché in un surreale e pindarico “volo”, capisce che è giunta l’ora di dimostrare il suo vero valore e di far fuori quel suo ingombrante passato da cinema commerciale.

Dissacrante, ironico e mai banale, sorretto perfettamente da un cast in stato di grazia (Keaton e Norton su tutti) Birdman si conferma il nuovo capolavoro di Iñárritu, un film giustamente premiato nell’ultima edizione dell’Academy e che – sicuramente – si ricorderà per molto e molto tempo ritagliandosi un posto degno di nota e di tutto rispetto negli annali cinematografici.

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