

Non è un libro per tutti, e probabilmente è un bene. “Vitigni e Vini d’Italia” di Franco Savasta è il tipo di volume che divide: c’è chi lo aprirà cercando emozioni e troverà invece percentuali di Sangiovese e disciplinari del Brunello, e chi invece cercava esattamente quello e finalmente lo trova scritto in italiano comprensibile, senza il gergo oscuro di certa critica enologica. Savasta viene da un mondo molto specifico: quarant’anni di commercio del vino, cantine grandi e piccole, il Nord e il Sud, i mercati e le fiere. Non è un critico, non è uno scrittore di professione, e non finge di esserlo. C’è qualcosa di rinfrescante in questo. La struttura del libro è rigorosa, forse troppo: la successione regione per regione, con lo stesso schema ripetuto, funziona come strumento di consultazione ma rende difficile la lettura consecutiva. È quasi come leggere un atlante dall’inizio alla fine invece di cercarlo solo quando serve. Il punto di forza è altrove: nella capacità di Savasta di fare sintesi su territori complessi senza banalizzare. L’introduzione sulla fillossera, sulla viticoltura biologica, biodinamica e naturale è probabilmente la parte più riuscita del volume. E poi c’è quella frase sull’Einstein dei pregiudizi: “è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”, citata a proposito del vino del contadino. Lì si capisce che dietro la guida c’è anche un osservatore. Non Burton Anderson, ma qualcosa di simile nello spirito: la voglia di capire davvero, non solo di classificare.