Universalità dei principi e particolarità dei valori: una confusione pericolosa, quando invece si vogliono universali i valori, e naturalmente, solo i propri

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Si fa oggi un gran discutere sulle parole “valore” e ” “principio”. Io penso, con Zagrebelsky, e tutta una tradizione che comincia con l’illuminismo, ma attinge anche alla riflessione precedente, che mentre i valori sono relativi a ciascuna cultura, i principi siano universali, valgano per tutti. Il valore riguarda, di fatti, la sfera etica, e dunque morale, di ciascuno, e di ciascuna collettività. E quanto la morale sia legata alle vicende storiche, alle tradizioni di ciascun popolo, non c’è bisogno della riflessione di Nietzsche, comunque definitiva, per sostenerlo. Universale di fatti è il bisogno di un ordine morale, in tutti i popoli, ma quale poi debba essere questo ordine cambia in base alla cultura di ciascun popolo. Cambia pertanto da cultura a cultura la serie dei valori ritenuti inderogabili. Si pensi solo alla differenza tra una società fondata sull’onore e una società fondata sulle prestazioni individuali: per esempio la società spagnola del seicento e nello stesso secolo la società olandese. Per uno spagnolo l’onore della famiglia, che infranto dall’infedeltà di una moglie legittima il delitto d’onore. Calderón de la Barca ha scritto drammi potenti sull’assunto, per esempio Il medico del proprio onore (El médico de su honra). Nella società calvinista e puritana, invece, il successo economico è un valore che testimonia il favore e l’approvazione di Dio. I principi riguardano la sfera sociale, il regolamento della convivenza civile. Per esempio l’uguaglianza dei diritti, di tutti i diritti, a dispetto delle differenze di classe, di ricchezza, di genere. Fondamentale, poi, anzi principio inderogabile, che un diritto non sia qualcosa che si possa concedere o no, ma invece un carattere naturale, permanente, immanente di ciascun individuo. Così come il diritto della libertà, che deve essere riconosciuto a chiunque, di qualunque genere, classe o popolo sia e non può essere limitato, oppresso, eliminato per nessuna ragione, salvo, e solo in parte, per l’applicazione di un altro diritto, quello della giustizia, qualora venga infranto, che anch’esso va riconosciuto per tutti. I rivoluzionari francesi aggiunsero il diritto della fraternità, che si basa sul fatto di riconoscere la stessa natura in tutti gli uomini di qualsiasi popolo. Non solo, ma dall’illuminismo in poi, mentre i valori riguardano la sfera culturale, e dunque morale, della vita comune, e questi cambiano da popolo a popolo e perfino da città a città, i principi sono considerati universali, che riguardano tutti. Kant ha parole decisive al riguardo, e riassume bene tutta la riflessione illuministica. Ma prima di lui Voltaire e Diderot, Beccaria, e tanti altri. Una commedia come “Le mariage de Figaro“ non si comprende se non si tiene presente appunto questo principio di uguaglianza di tutti gli uomini, e la differenza di classe ristretta a un valore provvisorio introdotto dall’evoluzione sociale, ma in sé non giustificato da nessun principio. Figaro, nell’ultimo atto: “Ma che differenza c’è tra voi e me? (Intende dire tra il conte e lui). Voi vi siete preso solo la briga di nascere”. Mozart nelle “Nozze di Figaro“ ne riassume stupendamente il senso in “Se vuol ballare, /signor Contino, / il chitarrino / le suonerò”. Ne derivano la dichiarazione dei diritti dell’uomo della Costituzione americana, della Rivoluzione Francese, dell’ONU dopo la seconda guerra. Sono principi inderogabili, qualunque siano i valori ottemperati dalle varie società del mondo. Dunque a me paiono veramente superficiali queste continue e insistite difese dei valori di una società, laddove invece mi pare indispensabile la difesa e la lotta per l’attuazione di tutti i principi di uguaglianza (anche economica), libertà e fraternità che dovrebbero reggere la vita dei popoli. Quando invece ci si appella a valori cristiani fondativi dell’Europa si dice una mezza verità, anzi forse meno ancora di una mezza, perché l’Europa è già fondata, per esempio dal mito del ratto di Europa, e dunque dalla cultura dei Greci, ma Europa è una ninfa fenicia, dunque già vi si rappresenta l’unione della cultura greca con quella fenicia, e del resto l’alfabeto greco deriva dall’alfabeto fenicio, che a sua volta è una rielaborazione di altre scritture, e nella storia greca si dice che Solone andò in Egitto per apprendere come scrivere una legge, e dunque ecco che tra i Greci entra anche la cultura egiziana, così come la matematica e l’astronomia viene da Babilonia, e i Greci vennero assoggettati dai Romani, che però ne assrbirono la cultura, come via via che si allargava il loro dominio, diventa un Impero, altre culture, quella dei Galli, dei Germani – si leggano Cesare e Tacito – influiscono sulla cultura greco-romana, e allora qual è il valore fondativo della cultura europea? Certo, l’Europa moderna nasce dall’intuizione di Carlo Magno, erede comunque di una tradizione che risale almeno ad Augusto, la quale vedeva il Mediterraneo spaccato in due sfere culturali, una latina a Occidente e una Greca a Oriente, che riconosce nei popoli a lui sottomessi una radicata unità culturale, e anzi si sforza di accrescerne la coesione, per esempio, con le riforme liturgiche, l’obbligo di adottare la stessa liturgia in tutto l’Impero. Più utopistica, forse, l’idea di Costantino, di restituire all’Impero l’unità preaugustea, degli ultimi anni della Repubblica, l’idea ch’era stata già di Antonio, di assemblare, per così dire, Oriente e Occidente, un’idea che se avesse avuto successo, la storia non vedrebbe ancora oggi opposti e nemici un Oriente e un Occidente, o le due metastasi attuali, un Nord e un Sud. Ma poi d’altra parte Carlo Magno non è un Latino, e nemmeno un Gallo, ma un Tedesco, e fonda un paese che dal suo popolo, i Franchi, prende il nome di Francia, tralasciando il precedente di Gallia, terra dei Galli, e qual è dunque l’identità di questo nuovo paese, gallica, latina, tedesca? Ma, naturalmente, la commistione di tutt’e tre queste culture. E delirano coloro che invece vorrebbero cercare la prezza di una sola cultura, sia essa cristiana, germanica, latina, o pincopallinesca. Del resto la stessa “radice cristiana” non ha una sola componente, ma un suo peso, e che peso!, ha anche la tradizione orientale greca, dunque bizantina, ma non meno influente è stata anche quella dei popoli slavi che invasero i Balcani, città come Venezia, Ravenna, e tutto il Meridione d’Italia, ne conservano ancora le tracce. Le conserva, anzi, perfino la capitale Roma, dove tra l’altro è nata l’arte che chiamiamo bizantina. Perfino la terminologia denuncia la commistione di queste culture. Il canto che chiamiamo Romano, e poi gregoriano, è in realtà dei Franchi, e fu imposto da Carlomagno a tutto il suo dominio. Nasce certo sul ceppo del canto romano, ma come si eseguiva in Francia. In Spagna ce n’era un altro che oggi chiamiamo mozarabico. E anche a Milano un altro, che si chiama Ambrosiano, coevo di quello Romano. Questi sono solo cenni di una vicenda assai complessa che nessuna ideologia, nessun nazionalismo può smentire. Ma dove starebbe l’orgoglio di una cultura unica, circoscritta, immodificata nei secoli? Non esiste, non è mai esistita, nemmeno tra le popolazioni più isolate del mondo, che sempre comunque ha acquisito qualcosa dai popoli con cui sono entrati in contatto. Ed è una ricchezza, non un demerito o qualcosa di cui pentirsi. Anni fa, nel mio lavoro di critico musicale, fui costretto a passare in due giorni da Palermo dove la sera prima avevo visto uno spettacolo, a Trieste dove avrei dovuto vederne un altro. Ora, già atterrando all’aeroporto di Ronchi dei Legionari, venendo da Punta Raisi, è un passaggio brusco da un modo di vivere a un altro. Aprendo poi le finestre del mio albergo, che davano sul mare del Porto della città, mi venne fatta la riflessione, che un paese che contiene nei suoi confini due città così diverse, ed entrambe straordinarie, come Palermo e Trieste, è un bellissimo paese. E mi venne da considerare che nel suo cerchio l’Italia è in fondo il modello di ciò ch’è tutta l’Europa, da Stoccolma a Malta, da Mosca a Lisbona, un’unica realtà che, nonostante le divisioni, le guerre di una storia sanguinosa, è un’unica realtà culturale la cui caratteristica è proprio di essere costituita dalla mescolanza di diverse culture. O sono io un animale strano che mi sento a casa sia a Berlino come ad Atene, a Londra come a Madrid, a Parigi come a Bruxelles, a Salsisburgo, a Bayreuth, ad Aix-en-Provence, a Glyndebourne? e che ho Nostalgia di Istanbul – Costantinopoli! – , di Lisbona, di Sevilla, di Lione, di Nantes, di Monaco di Baviera, di Dresda, di Stoccarda? Che non mi sono mai sentito straniero, dovunque andassi?

- 28/09/2026
TAGS: Cultura

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