
Una chiacchierata che si muove tra immagini, ritmo e suggestioni contemporanee. L’intervista mette in luce il rapporto tra scrittura, cinema e videogioco, offrendo uno sguardo personale sul percorso creativo e sulle motivazioni profonde che hanno portato alla nascita del progetto.

“Mi chiamo Richard Conrad…” è un inizio molto visivo. Sembra quasi di entrare in una scena più che in una pagina. Quanto cinema e quanto videogioco convivono nel tuo modo di scrivere?
“La mia passione più grande è il mondo dei videogiochi, e mi ispiro particolarmente ad opere come Metal Gear Solid, Alan Wake, Control, Dead Space e tanti altri che hanno un’impronta cinematografica, alcuni anche molto marcata. Per questo il mio stile è simile ad una sceneggiatura, ma comunque mantiene quei piccoli dettagli di un videogioco classico punta e clicca.”
Nel libro si legge “sembrava tutto così irreale”. È una frase semplice ma centrale: quanto ti interessa lavorare sulla percezione della realtà, anche rispetto al mondo di oggi?
“La maggior parte delle storie, racconti, film e giochi sono una parodia della società moderna, io invece nel mio libro scavo nella mente umana, cercando di non scadere sul banale o sul già visto e rivisto.”
Il progetto nasce da una struttura pensata per un videogioco. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che doveva diventare un romanzo?
“Circa un anno fa quando il mio progetto si è arenato, purtroppo i costi proibitivi e la concorrenza spietata del mondo dei videogiochi, soprattutto in Italia, mi hanno desistere dal portarlo avanti. Però il mio sogno è ancora lì, nel cassetto, pronto a ritirarlo fuori non appena ci sarà l’occasione.”
A livello personale, cosa ti ha spinto davvero a scriverlo? C’è qualcosa di tuo nascosto dentro il maniero, anche se non dichiarato?
“Il mondo dell’horror psicologico mi ha sempre affascinato, soprattutto ciò che non si può spiegare con due righe ma richiede un ragionamento molto più ampio, questo è uno dei motivi più importanti che mi ha spinto a scrivere un romanzo di questo tipo. Nel maniero ci sono tante piccole cose di me stesso, come ad esempio la biblioteca infinita che corrisponde ai corridoi ampi della mia stessa psiche. Oppure il palcoscenico che corrisponde alla mia passione per il teatro. Ogni cosa nel maniero corrisponde ad una mia esperienza passata, o ad un mio ricordo distorto.”