
La raccolta di Bonanno si muove tra momenti di oscurità e tentativi di ricomposizione interiore. In questa intervista proviamo a capire come nasce una poesia, quanto conta la struttura e quanto invece il disordine emotivo che spesso accompagna il gesto stesso della scrittura.

La raccolta è divisa in tre passaggi molto chiari: Oblio, Rinascita e Ricerca di certezze. Ti è venuta prima la struttura o prima i testi sparsi che poi hai ricomposto?
La scelta di suddividere l’opera nei tre capitoli: Oblio, Rinascita e Ricerca di Certezze è emersa lentamente, quasi fosse essa stessa parte del percorso narrato. Ha preso forma nel momento in cui ho iniziato a selezionare le poesie, lasciando che fossero loro, prima ancora di me, a suggerire un ordine, una direzione, un senso. Nel costruire questa architettura, mi sono lasciato guidare dal desiderio di condurre il lettore in un viaggio esistenziale, intrecciando le parole al filo invisibile della mia esperienza di vita. Ogni componimento diventa così una tappa, un passaggio, un frammento di trasformazione. L’intento ultimo non è soltanto quello di dar voce a un processo di catarsi personale, ma di generare una risonanza: un dialogo silenzioso tra chi scrive e chi legge. Vorrei che, attraversando queste pagine, il lettore potesse riconoscersi, riflettersi, forse persino smuovere domande sopite, aprire spiragli di consapevolezza sulla propria esistenza. Nasce così una mappa emotiva, intima e imperfetta, che raccoglie vissuti, sentimenti ed emozioni tentativo di dare forma al caos, e di trovare, tra le pieghe delle parole, un fragile senso di orientamento.
In “Vittima disordinata” scrivi: «Son vittima della voce interiore». Questa voce ti accompagna sempre oppure a volte cerchi di zittirla per vivere con più leggerezza?
La voce interiore, nell’opera, non si esaurisce nel dolore o in una simbologia disturbante. È anche una presenza che guida, un sussurro che accompagna il mio io in un’indagine ontologica, intima e incessante, su cosa significhi davvero esistere. Nasce da un’urgenza: comprendermi per potermi, infine, accogliere. Così si manifesta—ora inquieta e perturbante, ora luminosa e spirituale—come un’eco che disorienta e, al tempo stesso, orienta.
In alcuni momenti la scrittura è molto potente ma anche molto carica di immagini. Personalmente ho trovato che certi passaggi rischino quasi di sovraccaricare il lettore. È una tensione voluta oppure un tratto naturale del tuo modo di scrivere?
Lo stile poetico, intessuto di immagini evocative che si rincorrono come echi, è stato scelto con consapevole intenzione, per accordarsi alle tensioni dell’esistenza e alle domande sospese che hanno abitano il mio pensiero. Con il fine di manifestarlo sottoforma di analisi e sfogo introspettivo.
Se dovessi indicare due o tre autori che ti hanno acceso la scintilla per iniziare a scrivere poesia, chi metteresti sul tavolo senza pensarci troppo?
Brecht perché oltre ad essere un artistica poliglotta, la sua poesia ha una prospettiva sociale, reazionaria e allo stesso tempo privata, meditativa e politicizzata. Dickinson per la sua novizia nel poeticizzare la solitudine ed empatia nel sviscerare con egerrima delicatezza e allo stesso tempo lucidità tematiche esistenzialiste (come ad esempio il desiderio di morte). Baudelaire per il suo linguaggio poetico intenso che prende vita da una pulsione ritmica interiore, all’interno del viaggio della vita.