
Tra introspezione e verità emotiva, il libro si muove come un diario che diventa racconto condiviso. Una scrittura che nasce da un’urgenza personale ma si apre a riflessioni più ampie su identità, relazioni e bisogno di autenticità.

Nel passaggio in cui scrivi “Io sono IO. E a 45 anni, mi riprendo me stessa.” si sente una rottura netta. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che non potevi più tornare indietro?
Ci sono stati più momenti, non uno solo. Nel libro dico che lascio al lettore decidere cosa è realtà e cosa è fiction, ma ci sono punti che sono assolutamente veri. Uno è stato quando mio figlio mi ha detto che non sorridevo più, che non ero mai felice. E lì si è incrinato qualcosa, perché io in quel momento pensavo di avere tutto. L’altro è stato un periodo molto buio, in cui stavo davvero male. Un momento in cui ho capito che non potevo più restare nella vita che stavo vivendo. Non mi alzavo dal letto, ero quasi scivolata in una depressione senza ritorno, ho avuto anche pensieri molto forti, fino a pensare di non voler più andare avanti. E il solo rendermi conto di quel punto mi ha gelata. Mi sono detta: non può finire così. Ricordo una notte precisa, mia figlia dormiva accanto a me. È stato come vedermi davvero, per la prima volta. E insieme a quell’immagine è tornata la ragazza che ero: quella che viaggiava, che scriveva, che aveva vita. E lì ho capito una cosa semplice: se mi negavo ancora una volta la possibilità di essere me stessa, l’avrei persa. Quello è stato il punto di non ritorno. Da lì ho deciso che non sarei più tornata indietro. Che avrei lottato, con tutta me stessa, per vivere per quella che sono.
La tua scrittura nasce da un esercizio terapeutico. Secondo te oggi la letteratura ha ancora questa funzione di cura oppure si è un po’ persa dentro dinamiche editoriali più veloci?
Secondo me sì, la scrittura può ancora avere una funzione terapeutica. Ovviamente dipende dagli autori e anche dalle case editrici. Io stessa ho mandato il mio manoscritto a diverse case editrici: alcune mi hanno risposto con progetti e contratti che non sentivo nelle mie corde, altri invece non hanno risposto. Io credo che la scrittura, quando è vera, possa sempre scavare dentro. Ci sono libri che arrivano in momenti precisi della vita e ti aiutano a capirti. Per esempio, quando vivevo a Londra, lessi The Jane Austen Book Club e, in quel periodo, mi ha aiutata a capire che potevo cambiare direzione, che anche sbagliare fa parte della crescita. È una cosa che poi ho fatto davvero nella mia vita. Allo stesso tempo, però, ho la sensazione che oggi questa dimensione si sia un po’ persa. Non parlo da “addetta ai lavori”, perché questo è il mio primo libro, ma da quello che ho visto anche dalle risposte ricevute, a volte si ha l’impressione che si corra troppo. Che si cerchino storie che funzionino subito, più che storie che restino. Però credo anche che la scrittura che nasce da un’urgenza vera non si perda. Magari è meno visibile, ma arriva lo stesso.
Parli spesso di amore come libertà, ma anche di relazioni che soffocano. Ti è mai capitato di rileggerti e pensare che in alcuni punti sei stata troppo indulgente verso certe dinamiche?
Non voglio che si confonda l’indulgenza con la compassione, perché sono due cose diverse. Sì, c’è stato un periodo in cui ho chiuso gli occhi. È stato un passaggio, anche necessario per me, per quello che ho vissuto. Però oggi la vedo così: chi fa del male è una persona che ha dentro un vuoto molto grande. E questo non significa giustificare. Non significa dire “va bene così” o che non ci debbano essere conseguenze. I limiti devono esserci, e il male va riconosciuto e fermato. Ma io scelgo di avere compassione. Perché se resto nell’odio, nel rancore, quella diventa un’altra prigione. Io mi arrabbio, tantissimo anche. Ma la domanda è: cosa ne faccio di quell’energia? Non voglio trasformarla in guerra. Se c’è una rivoluzione, la faccio dentro di me. E dopo la posso portare anche fuori. Quindi no, non è indulgenza. È una scelta. Una scelta per non imprigionare di nuovo me stessa in qualcosa che mi farebbe solo male.
Se dovessi consigliare tre libri o autori che ti hanno formata davvero, quali citeresti oggi senza pensarci troppo?
Solo tre è difficile, ma sicuramente: “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Sepúlveda, “Peccatori Amati” di Anna Bissi, e “Finché il caffè è caldo” di Toshikazu Kawaguchi. Di quest’ultimo ho letto i primi due libri, poi sono passata a “La pasticceria di mezzanotte”, sempre di un autore giapponese. Adesso voglio finire questo, e poi tornare a leggere Kawaguchi.