
Un dialogo attento e curioso che mette in luce la costruzione narrativa e le scelte stilistiche del libro. Tra dettagli quotidiani e riflessioni più ampie sul mercato editoriale, emerge un approccio consapevole e personale alla scrittura, capace di tenere insieme più livelli narrativi.

Il titolo “Veleno nel cuore” gioca su una doppia lettura molto potente. Quando lo hai scelto, avevi già chiaro questo significato o è arrivato dopo?
Inizialmente avevo pensato a un altro titolo per questo romanzo: “Inchiostro rosso sulla neve”. Era una metafora ricorrente nella storia, che compare in più punti, soprattutto nelle scene di omicidio, in cui l’inchiostro rosso raffigura, chiaramente, il sangue che scorre, mentre la neve è l’oggetto candido su cui il rosso si spande (un lenzuolo, una camicia, ecc.). Trovavo emblematica e suggestiva l’idea del rosso che piano piano andasse a sporcare il candore, a contaminare l’incontaminato. Dopo aver concluso il libro, però, è prevalsa l’esigenza di dare maggiore risalto a Veleno, il cane. Veleno è il personaggio centrale della storia: senza di lui la storia non ci sarebbe. Perciò, mi son detta, Veleno merita di stare nel titolo. E mi è venuto facile: “Veleno nel cuore”. In nuovo titolo, che gioca sul doppio significato della parola “veleno” (come nome del cane e come nome comune), non solo mantiene inalterato il significato metaforico di contrapposizione tra il bene e il male, ma trasmette il concetto al lettore nel modo più chiaro ed efficace possibile.
Nel capitolo iniziale si legge: “Io intanto traccio ghirigori su un foglio bianco”. È un dettaglio piccolo ma molto umano. Ti piace lavorare su questi particolari quotidiani per rendere credibili i personaggi?
È un modo per trasmettere al lettore lo stato d’animo del personaggio senza doverlo dire in modo esplicito. In quel momento Tiziana era annoiata. Aveva lasciato il lavoro in banca perché non le dava stimoli, e dalla nuova attività di avvocato penalista si aspettava molto più di ciò che stava accadendo nel corso di quella riunione. I ghirigori sul quaderno dicono tutto questo con più efficacia e meno parole. E poi… sì, i ghirigori rendono il personaggio molto più umano e credibile.
Ti faccio una piccola osservazione: in alcuni punti la narrazione sembra rallentare molto per lasciare spazio ai pensieri interiori. È una scelta voluta o qualcosa che è rimasto dal tuo stile più introspettivo?
Spero che l’elemento “introspettivo” non sia solo “qualcosa che è rimasto”. Spero invece che sia qualcosa che caratterizzi il mio stile. Spero che il mio stile sia sempre uno, indipendentemente dal genere di storia che racconto. In effetti, credo di aver osato un po’ nei miei romanzi: ho mescolato momenti drammatici a momenti di scanzonato umorismo; nel mio primo romanzo “Canzoni nel buio” ho tinto di giallo e di rosa una storia fondamentalmente drammatica; in “Veleno nel cuore” ho intervallato i picchi di tensione con scene esilaranti e momenti di meditazione; ho alternato la narrazione in prima persona con quella in terza; ho raccontato a volte al presente, a volte al passato. Però non me ne pento, e credo che in questo modo il racconto ci abbia guadagnato. Il mio stile è questo. D’altra parte, non sarebbe una buona cosa se tutti gli autori di romanzi scrivessero nello stesso modo (almeno credo).
Guardando alla letteratura di oggi. Pensi che ci sia ancora spazio per storie così ibride, tra legal e romanzo emotivo, oppure il mercato tende a semplificare troppo?
Da lettrice “famelica” (come mi piace definirmi) posso dire che, per fortuna, ci sono tanti scrittori capaci di regalare emozioni diverse in un’unica storia, capaci di entrare nei personaggi e scavare nelle loro anime, che si tratti di un giallo o di un fantasy o di un drama. E io vorrei diventare come loro – forse un giorno, chissà -. Perciò mi piace pensare che sì, c’è ancora spazio per storie così.