
Un’intervista che si allarga oltre il libro “Non vado a scuola, mi annoio” e tocca il senso stesso dell’educazione oggi. Tra responsabilità, visione e cambiamento, Vittorio Sanna porta il discorso su un piano più profondo, mantenendo però uno sguardo concreto su ciò che accade ogni giorno.

Nel tuo libro torna spesso l’idea di una scuola che non ascolta davvero. Ti è mai capitato un momento preciso, magari in aula o fuori, in cui hai capito che qualcosa non funzionava più?
Mi è capitato più di una volta. È stata una continua verifica anno dopo anno. Non riuscivo a capire perché con me i ragazzi lavorano con passione e profitto, erano capaci di responsabilità e autodisciplina e poi, al primo collega che mi sostituiva o con altri colleghi del team si comportassero in tutt’altro modo. Dipendeva dal livello di coinvolgimento, da quanto si sentissero valorizzati, dal livello stesso della proposta didattica. Era una questione di comunicazione e di metodo. Gli stessi bambini mi mostravano due facce: quella di chi è motivato e quella di chi non riesce a interessarsi. E non era una questione di materie, ma proprio di proposta didattica e educativa. Se non si divertivano si annoiavano
C’è un punto in cui parli di una scuola che chiede adattamento passivo. È un’immagine forte. Però ti chiedo: esistono secondo te realtà che stanno già andando nella direzione opposta, o siamo ancora lontani?
Per fortuna esistono gli Insegnanti, quelli veri, quelli che ci tengono a lasciare il segno, che si preoccupano di coinvolgere e rendere attiva la figura dello studente. Ma non può essere un caso incontrarlo. La scuola deve fornire un servizio che garantisca un’efficacia simile, se non perfettamente uguale. Deve essere una scuola che coinvolge e appassiona
A tratti ho avuto la sensazione che il tuo discorso fosse molto netto, quasi senza compromessi. È una scelta voluta o pensi che nel sistema ci siano comunque elementi da salvare?
Nel sistema ci sono professionisti da salvare, da liberare dalle costrizioni. È necessario però liberarsi anche dalle figure tossiche che rallentano o creano ostacolo. Nel reclutamento non può non essere considerata la capacità comunicativa, l’intelligenza emotiva. Se non si creano connessioni non si possono trasmettere conoscenze e ancor di meno creare competenze. Il rapporto con il leader educativo deve essere fondato sull’autorevolezza e non solo sull’autorità che, da sola, è un bastone che spegne i ragazzi
Se guardi al futuro, sia della scuola che della tua scrittura, ti vedi ancora come una voce critica o immagini anche una fase più propositiva, magari più operativa?
Ho appena iniziato. È proprio questo il mio perché: contribuire ad una cultura nuova della scuola che punti ad adattarsi ai tempi per valorizzare le nuove generazioni e non a giustificarsi paragonando le nuove generazioni ad un passato che non c’è più. Siamo noi che dobbiamo stare al passo con i tempi conservando i nostri valori e non i ragazzi a tornare indietro nel tempo solamente per avere un voto, un diploma che nei contenuti è da antica collezione