L’universo narrativo di Eleonora Moccagatta.

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Non solo azione, ma una riflessione stratificata sul tempo e sull’identità. Eleonora Moccagatta ci racconta come ha costruito i mondi de “La Porta del Crepuscolo”, tra forze antiche che riemergono e la sfida di un’autrice esordiente capace di plasmare il soprannaturale in metafora psicologica.

 

Nel capitolo in cui scrivi “le parole restano anche quando noi cambiamo”, sembra emergere una riflessione sul tempo: quanto è centrale questo tema nel libro?

Il tempo, nel libro, non è qualcosa di lineare o semplicemente narrativo. È più una presenza, qualcosa che scorre ma allo stesso tempo lascia tracce. Quella frase nasce proprio da questo: noi cambiamo continuamente, ci trasformiamo, a volte anche senza accorgercene. Ma c’è una parte più profonda, più essenziale, che resta. Le parole, in questo senso, diventano una sorta di ponte. Rimangono, anche quando chi le ha scritte o vissute è diverso da prima. Direi che il tema del cambiamento è centrale, ma non come rottura: più come evoluzione. Come qualcosa che modifica la superficie, lasciando però intatto un nucleo più interno.

Alcuni passaggi risultano molto densi, quasi stratificati: è stata una scelta voluta o un processo naturale durante la scrittura?

È stato un processo naturale. Quando scrivo, non costruisco tutto in modo razionale o pianificato. Le cose emergono da sole, quasi come se la storia avesse già una sua forma e io dovessi solo seguirla. Anche il fatto che utilizzi la scrittura vocale influisce: il testo nasce prima come flusso, come voce, e solo dopo viene sistemato. Questo forse contribuisce a quella sensazione di stratificazione, perché non è qualcosa di “levigato” fin dall’inizio, ma qualcosa che si deposita. Non ho mai cercato la semplicità a tutti i costi. Alcune storie chiedono di essere più lente, più dense, e ho scelto di rispettare quel ritmo.

Quali autori o opere ti hanno accompagnata durante la creazione di questo progetto artistico?

Sono cresciuta leggendo e ascoltando fantasy, quindi inevitabilmente porto dentro di me quel tipo di immaginario. Autori come Licia Troisi o Terry Brooks mi hanno accompagnata molto, soprattutto per il modo in cui costruiscono mondi che sembrano lontani ma in realtà parlano di qualcosa di molto umano. Mi piace anche Stephen King, che forse non è fantasy in senso stretto, ma ha questa capacità di entrare nelle zone più profonde e inquietanti dell’esperienza umana. Più che riferimenti diretti, direi che sono influenze che restano sotto traccia. Non ho scritto pensando a uno stile preciso, ma è inevitabile che le storie che ami finiscano per lasciare un’impronta.

Oggi si parla spesso di mercato editoriale più che di letteratura: tu dove ti collochi in questo equilibrio?

Io parto da un punto molto semplice: scrivo perché ne ho bisogno. Non è una scelta legata al mercato o a ciò che potrebbe funzionare. Anzi, credo che se iniziassi a scrivere pensando a cosa deve piacere, finirei per perdere qualcosa di autentico. Ovviamente mi interessa arrivare a chi legge, lasciare qualcosa, creare un’esperienza. Ma non credo sia possibile accontentare tutti senza snaturare quello che si sta raccontando. Per me la scrittura viene prima. Il resto, se deve arrivare, arriva dopo.

- 11/05/2026

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