Miku mi accoglie con un inchino sotto l’arco dei suoi occhi neri, percorsi dai riflessi dell’ambra. Sto per darle la mano, mi accorgo dell’errore e tento un inchino. Lei ripete il saluto e io cerco di imitarla con imbarazzo, perché l’ojigi degli uomini è diverso da quello delle donne e sto sbagliando ancora. Mi chiede se desidero degli abiti tradizionali maschili. Lei indossa uno splendido kimono, un susohiki bianco perla con dei fiori di loto ricamati, di un tono appena più scuro. Alla vita porta l’obi, una fascia di seta celeste con delle losanghe di cristallo sul fiocco, che nasce sotto il seno e le avvolge la schiena. Il trucco sul suo viso è leggero ed esalta la sua bellezza, senza celarla. Tutto in lei è eleganza pura, priva di ostentazione. Mi sento fuori luogo con i miei jeans e la camicia scura, ma credo che mi terrò questi.

Mi invita a entrare con un delicato gesto della mano. Si avvicina con un vassoio, poggia sul tavolino di bambù un antico testsubin, una teiera che sembra estratta dalla terra, e due tazze. Mi sorprendono i contrasti tra la raffinatezza delle porcellane e la resistenza del ferro forgiato dagli artigiani di Nanbu, tra i segni precisi delle loro riparazioni e lo sguardo discreto di Miku, mai diretto ma sempre consapevole di ogni cosa intorno a sé. Le sue dita si muovono lente, disegnano origami nell’aria e non riesco a smettere di ammirarle. Respiro il profumo dei fiori dell’ikebana che quelle mani hanno creato per accogliermi. Mi dice: «In questo luogo non vi sono dissonanze: ogni cosa è al suo posto, in armonia con le altre, da secoli.»

Ecco. Le opposizioni sono dentro di me.

Percorro con lei il giardino costruito con cura per imitare i capolavori della natura, con le sue lanterne coperte di muschio, il ruscello, le piante e i fiori. Lo scorrere dell’acqua fa dimenticare presto la città e la confusione, per immergersi nel silenzio e nella meditazione. Rivivo lo stesso incanto provato davanti alla perfezione delle arti e alla bellezza dei luoghi della Magna Grecia, la mia patria. Sento una sorta di malinconia tranquilla, un calore che scioglie il gelo degli ultimi anni di solitudine, tormentata dalla presenza di ombre e simulacri di persone che non esistono più.

Qualcosa in questo posto risveglia in me il ricordo dell’onnipotenza infantile, sepolta da tempo sotto la polvere delle sconfitte e l’orgoglio delle vittorie.

Ricordo di essermi creduto capace di tutto. Ricordo di aver avuto fiducia nella vita, in me stesso e negli altri. Di essere stato molto amato. Di avere molto amato. E che non avevo paura. Ricordo tutto ciò come un immenso yang positivo, bianco. Con un solo yin, una sola macchia nera: non potevo respirare. L’aria non riusciva a riempire i polmoni e facevo di tutto per trattenere quella che entrava il più a lungo possibile, fino a sibilare come un mantice, allargando a dismisura la cassa toracica. Ero asmatico. Ero terrorizzato dall’asma fino alla claustrofobia. E se adesso mi venisse un attacco d’asma?

Mi dico che qui a Nanbu, sull’isola di Honshū, l’asma non esiste. Mi dico che ho smesso di soffrirne quando da ragazzo lessi “I diari della motocicletta”, di Ernesto Che Guevara, e applicai alla lettera il suo metodo “vincere l’asma nuotando o morire provando”. Vinsi.

«Miku è un nome bellissimo, il suo suono è dolce ma non ne conosco il significato. Cosa vuol dire?» Lei prende un pennino e un foglio di carta di riso e scrive il suo nome in scrittura Kanji: 未 来. Poi mi spiega che Mi significa “non ancora”, mentre Rai ha vari significati. Può voler dire “prossimo”, oppure “venire”, ma anche “causa”, o ancora “diventare”.

«Questa scrittura 未 来 significa “futuro”, letto però in modo diverso: Mirai. Sicuramente possiamo interpretarne il significato come “il futuro che deve ancora arrivare”».

Il futuro che deve ancora arrivare… Ricordo di aver creduto nel futuro. Lo ricordo con chiarezza, ma non riesco a rammentare quando ho cominciato a smettere. Quando sono cresciuto? Quando ho capito di non essere onnipotente? Sono tanti gli inizi che non ricordo: quando ho cominciato ad amare; quando ho scoperto di dipendere dagli altri per il calore, per la gioia, per le risate, per le parole belle e dolci, per la profondità dei sentimenti, per la mia stessa sopravvivenza; quando ho iniziato ad aspettarmi amore in cambio del mio amore; quando mi sono scoperto disposto a fare qualsiasi cosa pur di essere accettato e amato, persino cambiare e diventare qualcos’altro o qualcun altro. E cosa ho provato, invece, quando ho pensato che avrei potuto morire per amore suo? Paura, ribellione, debolezza, ribrezzo di me stesso? Niente di tutto questo: potevo fare qualsiasi cosa per amore, addirittura morire per lei, dunque ero di nuovo onnipotente. Invece no. Non lo ero.

Miku si avvicina, ripone un fazzoletto di carta bianca nel risvolto del vestito, rivelando una terribile cicatrice sul braccio. Distolgo lo sguardo per non metterla in imbarazzo, mentre lei apre un chaire e gli aromi del tè si diffondono ovunque. Ne sceglie alcune foglie che versa nel chagama e comincia a farlo bollire, dicendo: «L’arte più difficile del mondo è apprezzare le cose semplici. L’arte del tè è tra le più semplici».

Avrei potuto scegliere la fisica dei quanti ma sarebbe stato troppo facile.

«Per apprezzare le cose semplici bisogna eliminare, o almeno sospendere, ogni nostro conflitto e superare le nostre difficoltà. Meschinità e prodigalità, vittorie e sconfitte, gioie e dolori, sono ostacoli alla contemplazione della semplicità. La cerimonia del tè era un elemento fondamentale della Via, il codice di condotta che regolava la vita dei samurai in ogni suo aspetto. I guerrieri lasciavano le loro spade all’esterno di questa stanza, la cha shitsu, per godersi il suo perfetto equilibrio e l’armonia con il giardino e con il resto della casa. Apprezzavano la vista del chabana, magari un solo fiore appoggiato nella tokonama, quel piccolo vano dove puoi ammirare i rotoli dei calligrafi, e infine sorseggiavano il loro tè meditando».

Qualcosa mi lascia perplesso. Forse il troppo movimento. Ne risento.

Mentre assaggio uno squisito kaiseki, provo a immaginare i samurai che entrano nella sala, si siedono nella posizione di seiza tradizionale, il ginocchio sinistro posato a terra per primo, poi il destro, i glutei che infine appoggiano sui talloni, e seguono in silenzio e con grande concentrazione il rituale del tè. Mi distraggono il canto di un usignolo e lo scorrere del ruscello che attraversa il giardino. Provo un senso di invidia per quella concentrazione che io non riesco mai a ottenere. Forse perché è una cosa strettamente legata alla serietà.

Da bambino mi sarebbe piaciuto essere un samurai. Anche da ragazzo, non mi vergogno a dirlo, seguivo le avventure di Lupin III perché volevo essere Goemon Ishikawa, l’invincibile samurai discendente da un’antica famiglia di ladri. Gli altri, Lupin III e Jigen, mi facevano ridere ma non li vedevo come modelli. Ero pazzo della splendida Fujiko. La sua libertà, il suo essere un tipo “ingestibile”, mi suscitavano un profondo erotismo. L’amavo. A distanza di anni posso confessarlo: ero innamorato perso. L’ispettore Zenigata mi faceva tenerezza perché somigliava a mio padre, irrimediabilmente onesto e sempre sconfitto nei suoi tentativi di fare e avere giustizia. Ma lui, Goemon, lui era tutto quello che avrei voluto essere: calmo, determinato, coraggioso, infallibile, maestro di karate, judo, aikido e soprattutto dello stile Iaidō, capace di portare fendenti fulminei nel momento stesso in cui sfodera la spada. Un criminale con un codice etico superiore a quello di molti poliziotti, un ladro generoso, un assassino che non ha mai ucciso nessuno senza un motivo. Il suo maestro fu Momochi no Jijii, che provò ad assassinarlo e fu ucciso da Lupin. Anche il mio maestro ha provato a uccidermi, ma io non avevo un amico come Lupin. Ho dovuto fare da solo. In fondo, un po’ gli somigliavo, tranne che in un dettaglio: Goemon detestava le donne e Fujiko più di chiunque altra. La temeva per le stesse ragioni che la rendevano desiderabile ai miei occhi: perché era egoista, asociale, senza scrupoli, capace di amare solo tre cose: soldi, gioielli e se stessa, e si serviva della sua stupefacente bellezza per raggiungere i suoi scopi. Aveva due grandi meravigliosi seni. Il suo nome, Fujiko, vuol dire appunto “Cime gemelle”. Ti faceva sognare di poterle conquistare e poi, una volta ottenuto ciò che voleva, faceva saltare in aria piani, castelli, ponti, sentieri e cunicoli, portava via tutto e tu restavi lì a guardarla fuggire, urlando d’amore.

Quanto avevo desiderato la katana di Goemon, la Zantetsu-ken nagareboshu, la “spada che taglia il ferro”. In realtà poteva tagliare qualsiasi cosa: eserciti, carri armati, navi, aeroplani, grattacieli, intere città, pianeti e sistemi solari, tutto. Tranne il purè di patate: è così che si riduce un cuore in amore, come un purè, e nessuna spada può tagliarlo, perciò Goemon si rifiutava di amare, ma io che ne potevo sapere allora? Ora mi accontenterei anche di un bisturi ben affilato.

«I samurai dedicavano tantissimo tempo all’arte della concentrazione, il fondamento di qualsiasi arte», mi dice Miku. Beccato in pieno. Mi sforzo di prestare più attenzione alle sue parole. «Nel tempo che trascorrevano in sala, dimenticavano la guerra, rinunciavano alla battaglia e si dedicavano interamente alla contemplazione del bello. Penso che per te sia giunto il momento di seguire la loro Via. Almeno sotto quest’aspetto.»

I suoi gesti lenti mi affascinano. Miku è immersa in una vera e propria meditazione legata alle pratiche Zen. La rigida osservanza delle regole garantisce che nulla turbi la serenità e l’armonia del rito. Mi fanno male le ginocchia e la gamba sinistra comincia a formicolare. Soffrano in silenzio, anche loro.

Miku comincia a riempire le tazze con il gyokuro, il tè delle grandi occasioni, denso, di un colore verde vivo, ricco di riflessi in cui è facile perdersi mentre la guardo e sento crescere in me un senso di intimità e di profondo rispetto nei suoi confronti. Ogni suo gesto è un atto di sensibilità e grazia mirato a purificare lo spirito e a porlo in armonia con la natura. Mi dice di essere fortunata a poter ripetere ogni giorno quel rituale, poiché “la ripetizione è un modo per comprendere i profondi significati nascosti in ogni piccolo gesto e giungere così all’Illuminazione”.

Bisogna farlo sapere agli operai alle catene di montaggio. Magari li aiuta.

Mentre mi porge la prima tazza, mi spiega che il tè in forma densa si chiama koicha e viene fatto assaggiare all’ospite più importante (in questo caso io, per mancanza di altri ospiti) che ne prende pochi sorsi e la passa al vicino. Nel gustarlo mi rendo conto che ha un forte sapore d’erba. Cerco di trattenere ogni sensazione il più a lungo possibile e di ampliarle, poi le porgo la tazza, che lei riceve con la mano destra, secondo il rituale, e la appoggia piano sul palmo sinistro, apprezzandone la bellezza. Fa ruotare la tazza in senso antiorario, sceglie il lato più bello e lo porge verso l’esterno, per permettermi di ammirarlo, infine sorseggia il tè anche lei. Dopo aver bevuto, pulisce il punto su cui ha poggiato le labbra (peccato, avrei passato tutta l’estate con le labbra attaccate a quel punto consacrato), riporta la tazza nella sua posizione iniziale e me la porge di nuovo. Stavolta ho compreso le regole e le rispetto anch’io, con precisione. Quando le porgo di nuovo la tazza, Miku ripete la sua parte di rituale, che ora è perfetto, e alla fine la ripone.

Dopo una lunga pausa di silenzio, mi spiega: «Il maestro riconosciuto della cerimonia del tè fu Sen no Rikyū, che ne fece una vera e propria forma d’arte. Il suo gusto per il bello e il suo pensiero lo resero così famoso che fu scelto per servire due dei tre generali che si batterono per l’unificazione del Giappone, tra il 1500 e il 1600, Oda Nobunga e Toyotomi Hideyoshi».

Avevo già letto delle loro imprese leggendarie in un volume di storia del Giappone, ma sono certo che non avrebbero mai potuto battere Goemon Ishikawa, anche tutti e tre insieme.

«Rikyū stabilì i principi fondamentali del rito: serenità, armonia, silenzio, quiete interiore e perfetta sintonia con la natura. Se oggi come ospite sei seduto al posto d’onore, vicino al tokonama, è perché Rikyū ha stabilito così secoli fa. Se non ci sono ospiti, a quel posto si siede il capofamiglia.»

Ricambio la conoscenza trasmessami con un inchino e resto muto, in attesa. Spero di riuscire a fare il silenzio dentro di me, vorrei arrendermi al fascino arcano di quel luogo, all’incredibile bellezza della sobrietà. Vorrei affogare in quel vuoto meschinità, rancori, errori, preoccupazioni e obiettivi, per darmi modo di cercare di raggiungere la Perfezione attraverso le mie imperfezioni. E magari arrivare fino in fondo a qualcosa, per una volta. Tanto per cambiare, per vedere che effetto fa. Mi basterebbe la forza di tagliare i pesi morti, le porte socchiuse, le muffe, i ponti rotti, le fonti di dolore.

«Per i samurai, la cerimonia del tè cominciava quando questi lasciavano la loro spada all’esterno della sala. Così vuole la Via.»

«Io non ci riesco, Miku», confesso di getto, come per liberarmi di un peso enorme. «Non riesco a lasciare la mia spada, non ne sono capace.»

«È per questo che ora sei soltanto un uomo che lotta e non un guerriero. Per diventare un vero guerriero devi scegliere le battaglie che vale davvero la pena combattere. Devi scegliere le persone e le cose che ti circondano e vivere in armonia con esse. Devi fidarti di loro. Solo così potrai lasciare la tua spada fuori dalla casa e sorseggiare il tè insieme a loro, vivendo pienamente il momento.»

«Hai ragione, bisogna scegliere. Certe persone, certe cose, è meglio perderle che trovarle.»

«Ne sei sicuro? Se escludi la sofferenza che queste hanno arrecato al tuo cuore, rimani ancora della tua opinione? E se questo dolore fosse nient’altro che il frutto del normale fluire degli eventi, dei cambiamenti inevitabili, di cose che non puoi mutare, queste cose, queste persone, non hanno comunque portato gioia alla tua vita, seppure per un tempo limitato? Non sei stato felice in quei momenti? Non sei diventato, grazie anche a quelli, una persona migliore? E non saresti più povero se non li avessi vissuti?»

“No, no: Fujiko è proprio una stronza!”, vorrei dirle, invece respiro profondamente, scuoto la testa e le rispondo: «Forse è così: nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto.»

«E tu sei stato molto amato. Finché sei stato amato.»

Dimmi la verità, sai se Fujiko mi ha mai amato? Non oso chiedertelo ma vorrei.

Devo essere onesto con me stesso: alcune persone mi hanno ferito perché non erano come io avrei voluto. Perché non sono stato capace di capire e accettare fin dal principio la loro vera natura e i loro scopi. Io mi sono illuso, io mi sono spinto nell’ingannevole mondo di mâyâ e le sue allucinazioni portano inevitabilmente dolore. Ricordo la bellezza di una splendida fioritura dei ciliegi a Fukuoka, ai primi di aprile. Quella fu una magnifica giornata, senza illusioni.

«Sai che ora stiamo trasgredendo la regola del silenzio, vero?», mi chiede Miku.

«Sì, me ne rendo conto e ti chiedo scusa.»

«Non devi. Stiamo entrambi facendo dei progressi. Ma il silenzio, la solitudine, la concentrazione, sono preziosi per conseguire la liberazione dal mondo materiale e l’evoluzione dello spirito verso una vita più semplice: non si arriva alla vera comprensione attraverso le parole o il linguaggio, ma solo tramite la pratica della Via, come sapevano i samurai.»

Miku si alza per preparare l’usuka, prende poche foglie di tè dalla natsume e le versa stavolta nel testsubin. Mentre ripete il rituale seguendo con lo sguardo movimenti che si riverberano nel tempo e nello spirito, mi fissa negli occhi per un secondo e mi dice: «L’arte del tè, l’arte della guerra e l’arte dell’addio, sono la stessa cosa».

L’Illuminazione è come un viaggio in avanti di anni luce compiuto in un solo istante, in se stessi. Finalmente il silenzio dentro di me. Il vuoto interiore spazza via come un ritorno di fiamma le mie illusioni, gli inganni dei sensi. Comincio finalmente una vera meditazione, riuscendo persino a resistere all’eccitazione causata dalla forza e dalla bellezza di quello che sto provando. Vedo finalmente il senso profondo del gesto del samurai che lascia la sua spada fuori dal recinto: meno cose, più cose; meno persone, più persone; spada fuori dal recinto, Via interiore aperta; sa che esiste un rischio, ma per la Via vale la pena correrlo.

È ora di lasciare alla porta i miei errori e le mie illusioni. Fujiko è fatta così, ho sbagliato io, tocca a me andare via. Addio ai suoi seni meravigliosi, splendide isole di panna sormontate da fiori e fragole, addio alle sue mani di bimba e agli artigli di strega, alla sua bocca grondante miele e fiele, alla sua lingua di velluto e vetri infranti, alle sue bugie veritiere e alle sue verità bugiarde, alle sue cosce di seta, alla sua trappola d’acciaio, alle sue ipnotiche seduzioni. Non c’è mai stata alcuna possibilità di costruire qualcosa con lei e non c’è nulla da ricostruire tra noi. Non posso fare altro che riprendere la mia Via, che mi piaccia o no. Mi resterà il ricordo di una donna che ho amato. Qualcosa da mettere da parte per la vecchiaia, in mancanza di una pensione.

Miku, cosa fai stasera? Vorrei saperlo.

Al termine della cerimonia, Miku raccoglie le tazze e le porta fuori dalla stanza. Al suo ritorno si inchina, mi dice che il rituale è finito e mi accompagna fuori. Lungo il sentiero in giardino, un usignolo lascia il suo ramo e si lancia con un acuto verso la porta. Miku lo segue con lo sguardo. Mi racconta che adora il suo canto, che depone tre o quattro uova che cova con immenso amore, ma che le ha anche impedito di allevare altri uccelli perché va a disturbare la cova degli altri. È quasi impossibile allevarlo in cattività, ma lei ci è riuscita, ha un suo metodo segreto: nessuna gabbia e cibo poco ma costante. Sorride e appare il sole. Mentre camminiamo, mi parla di sé: «Quando i miei genitori hanno voluto che apprendessi l’arte del tè, io non ne fui felice, la ritenevo una cosa superata, anacronistica. Preferivo i manga a tazze, teiere e rituali che mi sembravano fatti più per una geisha che per una donna moderna, ma quando ho iniziato, non ho più smesso. Ho vissuto momenti terribili nella mia vita, come hai notato, e quest’arte mi ha aiutato a superare il dolore e a comprendere che è solo una parte della vita, non la vita, la cui bellezza è sempre imperfetta, impermanente e incompleta, ma è pur sempre bellezza. Questo è il principio fondamentale del Wabi Sabi. Dobbiamo accettarla così com’è ed essere grati di viverla, anche quando lascia su di noi quelle cicatrici che ci fanno assomigliare a quel bollitore che ammiravi tanto e che oggi è molto più bello di venti anni fa e di cento anni fa, grazie ai segni delle riparazioni subite.»

Resto in silenzio sulla porta del giardino, meditando sulle sue parole. La guardo, lei mi saluta con un ultimo inchino dicendo: «Ricorda, dolce Goemon: la Zantetsu-ken può tagliare qualsiasi cosa, tranne il purè di patate. Ma quale stolto taglierebbe un purè di patate con una spada invincibile?»

Non le ho mai detto che volevo essere Goemon! Ora sono sicuro di tre cose: Miku legge il pensiero; Miku conosce i miei pensieri più idioti; Miku non conosce Fujiko, altrimenti me l’avrebbe detto!

Esito sulla soglia, tra i due mondi. Vorrei davvero rivederla. Il vento mi scompiglia i capelli e tenta di strapparmi via un lembo del kimono. L’usignolo si getta nel traffico. Guardo fuori. Ricordo la mia missione e sento montare la rabbia. La spada mi aspetta all’angolo, impaziente.

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