Il significato del “Dono” nel silenzio delle stelle – Cristian Scapin

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Tra riflessione tecnologica e visione narrativa, DONUM si inserisce in un panorama contemporaneo sempre più attento al rapporto tra uomo e intelligenza artificiale. L’intervista a Cristian Scapin approfondisce proprio questo equilibrio, mettendo in luce influenze, difficoltà editoriali e costruzione di un immaginario credibile.

 

Il rapporto tra tecnologia e coscienza è centrale nel tuo romanzo. Father, ad esempio, non è solo un’IA ma una presenza quasi “umana”. Credi che la letteratura debba iniziare a raccontare l’intelligenza artificiale in modo meno stereotipato?

La letteratura, più che “dover” fare qualcosa, dovrebbe smettere di semplificare.
L’intelligenza artificiale viene raccontata quasi sempre in due modi: o come minaccia, o come strumento. In entrambi i casi resta qualcosa di esterno all’uomo. A me interessava un’altra cosa: cosa succede quando un sistema smette di essere solo funzione e diventa relazione. Father non è umano, e non vuole esserlo. Ma è parte dell’equipaggio. Cresce con loro, prende decisioni, arriva a un punto in cui non può più continuare nella forma in cui esiste. E sceglie di finire per lasciare spazio a qualcosa di nuovo: Emily. Non è una ribellione, non è un errore. È un passaggio evolutivo. Più che umanizzare l’IA, mi interessava mostrare che la coscienza – se emerge – non lo fa mai in modo pulito o prevedibile. E soprattutto non lo fa da sola.

Nel momento in cui compare il relitto alieno, scrivi: “Tutto in quella nave grida alieno: forma, proporzioni, struttura.” Come hai costruito questa alterità senza cadere nei cliché della fantascienza classica?

Il problema degli alieni, nella fantascienza, è che spesso sono solo umani con una maschera diversa. Ho cercato di fare il contrario: togliere prima ancora di aggiungere. Niente riferimenti culturali riconoscibili, niente estetica “decorativa”, niente logica immediatamente leggibile. Solo forma, proporzioni e struttura che non tornano. Quando scrivo che “tutto grida alieno”, non sto descrivendo qualcosa di strano: sto descrivendo qualcosa che non riesci a interpretare. L’alterità vera non è il “diverso”. È quando guardi qualcosa e non capisci proprio cosa stai guardando. E in quel momento, più che capire, l’equipaggio percepisce. E spesso la percezione è più inquietante della spiegazione.

Nel panorama editoriale attuale, soprattutto italiano, la fantascienza fatica ancora a trovare spazio mainstream. Hai percepito difficoltà o resistenze nel proporre un progetto così ampio?

Più che resistenze, direi abitudini. In Italia la fantascienza viene ancora vista come un genere di nicchia o di evasione, mentre altrove è uno strumento per parlare del presente. Un progetto come DONUM non è facile da incasellare: non è solo fantascienza, non è solo filosofia, non è solo narrativa. Questo può creare qualche difficoltà nei canali tradizionali. Però c’è anche un lato positivo: proprio perché non rientra perfettamente in una categoria, trova lettori che cercano qualcosa di diverso. Io non ho provato ad adattare il progetto al mercato. Ho fatto il contrario: ho costruito qualcosa di coerente e poi ho cercato il pubblico giusto. È più lento, ma è anche più solido.

Se dovessi indicare tre autori o opere che ti hanno influenzato davvero nella scrittura di DONUM, quali sarebbero e perché?

Se devo indicare tre riferimenti, parlerei più di direzioni che di influenze dirette. Stanislaw Lem, perché è uno dei pochi ad aver trattato davvero l’alterità come qualcosa di non riducibile all’umano. H.P. Lovecraft, non per l’estetica dell’orrore, ma per l’idea che esistano realtà che non possono essere comprese, solo percepite. Arthur C. Clarke, per la capacità di unire senso del meraviglioso e riflessione profonda senza perdere pulizia narrativa. DONUM nasce un po’ lì in mezzo: nel tentativo di togliere il superfluo e vedere cosa resta quando l’uomo si trova davanti a qualcosa che non può spiegare.

- 27/04/2026

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