
Con l’Espresso Petrol Tour, Il Diavolo & l’Acqua Santa riporta il live al centro del loro percorso, costruendo uno spazio in cui musica, immaginario e libertà espressiva convivono, restituendo al pubblico un’esperienza diretta, intensa e coerente con l’identità della band.

Il tour arriva in un momento importante, tra nuovi brani e un disco in arrivo. Quanto il palco diventa uno spazio di sperimentazione per capire la direzione del vostro progetto artistico?
Il palco è sicuramente uno spazio di sperimentazione, ma bisogna essere sinceri: il nostro progetto musicale è anche la nostra vita, il nostro lavoro. E il nostro lavoro, in gran parte, passa ancora dalle cover, dai concerti estivi, dalle piazze, dalle feste, dai matrimoni, da tutto quel mondo lì. L’estate è un treno alla massima velocità. Quando parte, devi salirci sopra e tenerti forte. Non puoi pensare di trasformare ogni data in un laboratorio artistico, perché spesso devi far ballare, devi tenere insieme una serata, devi leggere il pubblico, devi portare a casa il concerto. La sperimentazione vera arriva nelle fermate. In certe date particolari, in certi contesti più raccolti, in qualche spazio che ti permette di respirare. L’inverno invece è più lungo, più lento, più nostro. È lì che possiamo permetterci di entrare meglio nelle canzoni, spostarle, romperle, riscriverle, capirle. Questo disco, poi, è una cosa molto intima. È un disco da casa, da sala prove, da cuffie nel letto, da macchina di notte, o anche da mentre fai le pulizie e stendi i panni. Non nasce per essere sparato addosso alla gente tra una birra e un trenino. Nei live lo stiamo dando a pillole. Lo facciamo entrare poco alla volta, quando sentiamo che c’è lo spazio giusto. Non perché abbiamo paura di suonarlo, ma perché ogni cosa ha il suo luogo. E certe canzoni, prima di buttarle nella mischia, devi lasciarle arrivare.
Il concetto di “Espresso Petrol Tour” richiama un immaginario molto preciso. Quanto è importante costruire un’estetica riconoscibile anche fuori dalla musica?
È sempre più importante, perché per noi l’estetica non è un vestito messo sopra alla musica. È un modo per rappresentare chi siamo. Siamo musicisti italiani, innamorati del vintage, degli strumenti suonati, delle cose vere anche quando sono un po’ storte. Veniamo dal cantautorato, dalla musica napoletana, da Carosone, da quel mondo lì dove l’ironia, il ritmo e la malinconia stanno nello stesso bicchiere. E poi abbiamo dentro l’America, ma tutta: quella rock’n’roll, quella surf, quella latina, quella da jukebox, da strada, da benzina, da film visto troppo tardi in televisione. L’Espresso Petrol Tour nasce da questo miscuglio: il bar all’alba, il caffè preso in piedi, la macchina accesa fuori, le luci calde, la provincia, il sudore, la festa che non sai bene se sta iniziando o finendo. Per noi l’estetica serve a dare una faccia a tutto questo. Non deve spiegare troppo, deve farti entrare subito nell’atmosfera. Come quando vedi una vecchia copertina, una macchina parcheggiata male davanti a un bar, uno strumento vissuto, una camicia sbagliata ma perfetta: capisci che mondo è ancora prima che parta la prima nota. Poi certo, alla fine devi salire sul palco e suonare. Perché l’estetica senza live è solo arredamento. Bello magari, ma arredamento.
Le vostre esibizioni vengono spesso descritte come istintive e senza compromessi. Vi è mai capitato di dover rallentare o adattare questa energia a contesti diversi?
Sì, continuamente. E meno male. L’energia senza controllo non è rock’n’roll, è solo gente che fa casino. Noi abbiamo un’attitudine molto fisica, molto diretta, però non suoniamo sempre nello stesso modo. Una piazza, un club, un matrimonio, un festival, un teatro, una situazione acustica, un concerto sull’acqua: sono mondi diversi. Se li tratti tutti uguali, non sei autentico, sei sordo. La cosa importante è non snaturarsi. Possiamo rallentare, asciugare, cambiare scaletta, abbassare il volume, lasciare più spazio alle parole o spingere tutto se la serata lo chiede. Ma il nucleo deve restare lo stesso. Non usiamo l’energia come un martello da dare in testa alla gente. Cerchiamo piuttosto di capire dove battere. A volte serve esplodere, a volte serve stare fermi e lasciare che una canzone faccia il suo lavoro sporco.
Portare il pubblico in una dimensione così immersiva, tra location particolari e scelte non convenzionali, quanto incide sul modo in cui le persone percepiscono la vostra musica dal vivo?
Incide tantissimo. Il posto in cui suoni cambia il modo in cui la musica arriva. Non è una cornice neutra. Una canzone suonata in un club, in una piazza, su un barchino, davanti al mare o dentro una festa di paese non è mai davvero la stessa canzone. A noi interessa proprio questo: spostare un po’ il pubblico dal consumo automatico del concerto. Non vogliamo che la gente pensi solo: “Ok, adesso fanno il pezzo famoso, adesso ballo, adesso bevo”. Vogliamo che entri in una situazione. Poi non bisogna nemmeno prendersi troppo sul serio: alla fine siamo una band che suona, non una setta con le candele. Però quando riesci a costruire un contesto forte, le persone ascoltano diversamente. Guardano diversamente. Ricordano diversamente. E per una band live questa è la cosa più importante: non essere solo “quelli che hanno suonato bene”, ma quelli che per un’ora ti hanno spostato da un’altra parte.