
Un dialogo diretto e curioso che attraversa cinema, musica e visioni urbane. L’intervista si muove tra immagini forti e riflessioni sulla critica contemporanea, mantenendo un tono fluido e accessibile, capace di entrare nel cuore del libro senza appesantire il percorso del lettore.

Ciao Mario, parto da una curiosità: nel capitolo “Notte, città, tecnologia” descrivi la città come un organismo che “osserva, ingloba, respinge”. È un’immagine molto potente. Da dove nasce? Più dal cinema o da esperienze reali?
Nasce soprattutto dal Cinema. L’anno prossimo Metropolis di Fritz Lang compirà un secolo a dimostrazione di quanto la cinematografia si sia interessata da sempre alle città. La stessa Hollywood, fin dalla sua fondazione, ha visto arrivare masse di persone che sognavano di diventare star, talvolta le ha elevate, molto più spesso le ha respinte. Questa realtà era sotto gli occhi di grandi registi che consciamente o inconsciamente l’hanno metabolizzata e riproposta in varie forme. Oggi l’urbanizzazione ha portato più del 50% della popolazione mondiale a vivere nelle grandi città, con megalopoli da decine di milioni di abitanti, anche per questo ho ritenuto il tema della città importante.
Hai scritto che la synthwave è “una forma di percezione” prima ancora che un genere. Questa è una definizione che sposta completamente il discorso. Pensi che oggi la critica culturale italiana sia pronta a leggere questi fenomeni in modo così trasversale?
Penso di si. Oggi le contaminazioni che arrivano dall’estero sono impressionanti. Molti di coloro che fanno critica culturale in Italia ascoltano, tramite le piattaforme e i social, un gran numero di commentatori statunitensi che (spiace dirlo) hanno una maturità del dibattito più evoluta. Questo ha portato ad avere ottimi critici anche da noi. Oggi il tema della percezione è fondamentale. Credo che non ci sia mai stata prima un’epoca nella quale ci fosse tanta attenzione a quello che si prova. “Come ti fa sentire?” è una domanda ricorrente in ambienti estremamente diversi, ma fino a qualche decennio fa era estremamente rara. Nel libro ho voluto proprio cercare questo: indagare le sensazioni prima della trama.
Nel libro c’è un equilibrio interessante tra cinema e musica, ma a tratti sembra che il cinema abbia sempre un ruolo dominante. È una scelta consapevole o è una conseguenza naturale del tuo percorso di studi?
Entrambe: sono infatti consapevole di non avere la competenza per parlare di musica ad un certo livello. I miei studi riguardano principalmente il cinema e in piccola parte la musica. Nel libro ho infatti analizzato la musica in funzione filmica, non come prodotto a se stante. Nell’ultimo capitolo ho parlato dei nuovi protagonisti della musica Synth e quella è stata la parte più difficile da scrivere. Ho studiato e soppesato le parole, proprio perché sentivo di entrare in un terreno non familiare al 100%.
Se dovessi indicare a un lettore un singolo capitolo da cui iniziare per entrare davvero nel cuore del libro, quale sarebbe e perché proprio quello?
Sicuramente il secondo capitolo, dove analizzo i cambiamenti sociali. Questo è lo spirito con cui ho scritto: un film nasce in un determinato contesto socio-culturale. Conoscere quel contesto è fondamentale quando si analizza, o si vuole anche solo apprezzare, un’opera cinematografica. Il rischio altrimenti è di trovarsi spaesati. Il periodo storico, il luogo e la società influenzano infatti sia la storia, sia il modo di raccontarla e questo diventa a suo modo utile anche nel percorso inverso: usare il cinema come testimone di un tempo o di una cultura.