
Con uno stile personale che unisce pop, house e influenze urban, Alessandropox torna con una canzone che punta molto sull’impatto emotivo. “Non è facile” si muove tra momenti più riflessivi e aperture energiche, mantenendo sempre una forte sensazione di sincerità lungo tutto il percorso del brano.

Una delle cose che colpisce di più nel pezzo è il contrasto tra il messaggio duro e l’energia quasi liberatoria della base. È stato naturale trovare questo equilibrio?
Sì, perché è così che vivo il dolore: non come una fine, ma come un motore. “Non è facile” parla di fatica, di cadute, di notti senza sonno… ma la base ti spinge avanti. Volevo che la musica non fosse una fuga, ma un sostegno. chi ascolta, mentre crolla, senta un battito che lo tiene su. E quel battito, alla fine, diventa forza.
Oggi molti artisti parlano di fragilità, ma spesso sembrano farlo in modo costruito. Nel tuo caso invece si percepisce qualcosa di più spontaneo. Quanto è importante per te restare credibile prima ancora che “perfetto”?
Fondamentale. Io non scrivo per piacere, ma per esistere. Se una riga non è vera, la butto via. Guarda il testo: “Hai le mani sporche di tentativi”, “le notti piene di silenzi”… non sono metafore costruite. Sono cose vissute. La perfezione è fredda. Io cerco l’anima, non l’effetto. E se chi ascolta sente che è vero, allora ho fatto il mio lavoro.
Nel bridge dici “Una ferita non fa la fine, fa il confine tra prima e dopo”. È una frase molto intensa. Ti capita di scrivere prima immagini del genere e poi costruirci attorno il brano oppure nasce tutto insieme?
Quella frase è arrivata in un respiro. Non l’ho cercata. A volte le parole non le scrivi tu — ti trovano. E quando succede, le lasci stare lì, pure. Il resto del brano è cresciuto attorno a quel confine: “prima e dopo”. Perché ogni ferita cambia qualcosa. Non ti distrugge — ti trasforma. E io sono dopo.
Ti dico la verità: nella seconda parte avrei inserito un piccolo cambio ritmico più netto per sorprendere ancora di più. Sei uno che riascolta tanto le proprie canzoni oppure preferisci lasciare anche qualche imperfezione?
Riascolto sì, ma non per correggere tutto. A volte un respiro fuori tempo, una pausa troppo lunga… sono quelle cose che danno anima. In “Non è facile”, il ritmo non è perfetto — ma il battito sì. E quello è l’unico metro che seguo. Se la canzone ti prende allo stomaco, il resto non conta. E se quel cambio ritmico ti ha fatto pensare, allora forse ha già fatto il suo lavoro — anche se non c’è.