La musica del silenzio che proietta riflessioni

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Andrea Perrozzi costruisce “Laggiù” su pause, sospensioni e controllo emotivo. È una scelta coerente con il tema e con la sua maturità artistica. Il brano si muove con sobrietà, lasciando che sia l’ascoltatore a colmare gli spazi.

 

La tua carriera è lunga e prestigiosa. Cosa ti ha spinto oggi a scrivere un brano così essenziale e diretto invece di qualcosa di più orchestrale o teatrale?

Negli anni ho capito che l’essenzialità può essere la forma più intensa di racconto. “Laggiù” nasce da un’urgenza emotiva che mi chiedeva di andare dritto al cuore, senza sovrastrutture inutili e giri di parole. Allo stesso tempo, però, il brano non rinuncia a una dimensione orchestrale molto forte e sentita, che ne definisce profondamente il carattere. L’introduzione strumentale e la costruzione dinamica portano naturalmente verso una dimensione quasi teatrale, come se la canzone potesse vivere anche all’interno di un musical. In questo senso è stato fondamentale il lavoro sull’orchestrazione di Aidan Zammit, che ha saputo ampliare l’emozione mantenendo intatta l’anima essenziale del pezzo.

“Laggiù” sembra costruita più sul silenzio che sulla parola. Quanto conta per te ciò che non viene detto in una canzone?

Conta quanto e forse più delle parole. Il silenzio è la casa invisibile delle emozioni: è lì che una canzone smette di essere solo mia e diventa di chi ascolta. Le parole indicano una direzione, ma sono le pause a dare profondità al viaggio. Mi interessa sempre di più suggerire, lasciare una luce accesa senza illuminare tutto. In quegli spazi — nel testo come nella musica — si apre la possibilità di immaginare. È un po’ come quando si legge un libro: ogni lettore costruisce da sé i volti, i luoghi, i colori, perfino gli odori e le sensazioni. Forse è anche per questo che un libro spesso è più potente di un film, perché lascia la libertà di vedere ciò che si sente davvero. Nella musica il silenzio funziona allo stesso modo: è il luogo in cui l’ascoltatore completa la canzone con la propria storia.

Nel testo c’è una critica implicita alla nostra indifferenza collettiva. Credi che la musica possa ancora incidere sul dibattito sociale o rischia di restare solo testimonianza?

Credo che la musica non abbia il potere di cambiare il mondo da sola, ma possa cambiare lo sguardo con cui lo attraversiamo. E questo, in fondo, è già un atto sociale. Non penso — e non amo — che le canzoni diventino manifesti o comizi, né che debbano caricarsi di una funzione didascalica. Se riescono a smuovere qualcosa, anche solo a far nascere un dubbio, a incrinare per un attimo l’abitudine all’indifferenza, allora hanno già fatto molto. La musica non dà soluzioni, ma può riaprire la coscienza. E a volte è proprio da lì che comincia un cambiamento.

Dopo “Laggiù”, quale direzione immagini per il tuo prossimo progetto: continuità tematica o una svolta che sorprende?

Sto già lavorando al prossimo progetto e sarà probabilmente il disco più intimo che abbia mai scritto. In realtà anche “Laggiù” nasce da qualcosa che mi ha toccato molto da vicino, al punto da sentire il bisogno di trasformare quel dolore in musica e condividerlo. Il lavoro a cui sto dedicando questi mesi non avrà un taglio sociale o politico, ma sarà un viaggio dentro di me, nelle emozioni, nelle paure e nelle fragilità. Quando scrivo di me, in fondo, sto sempre cercando di parlare anche degli altri: le canzoni più personali sono spesso quelle in cui chi ascolta riesce a riconoscersi di più. È un progetto a cui tengo moltissimo e che uscirà entro l’anno, tra la fine dell’estate e l’autunno, probabilmente anticipato da un singolo nei mesi estivi.

- 02/04/2026

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