
BaronNoir non sceglie un solo mondo sonoro per il suo nuovo disco: dirty swing, folk, blues arcaico e pop convivono in “BaronBlanc” senza che nessuno prevalga sull’altro. Un album costruito con cura artigianale, dove ogni traccia porta l’impronta diretta dell’autore, anche negli strumenti suonati.

Ciao BaronNoir! Dieci tracce, almeno cinque generi diversi. C’è stato un momento in cui hai temuto che il disco potesse risultare troppo frammentato, o hai sempre avuto la sensazione che tutto si sarebbe tenuto insieme?
Vedo che la percezione che il disco sia frammentato si sta molto diffondendo ma in realtà posso dire che è una falsa percezione . Parlerei di diverse sfumature ma di fondo la direzione è la stessa in tutte le tracce.
Ascoltando l’album, il passaggio tra alcuni brani centrali risulta piuttosto netto, quasi spiazzante. È una scelta di sequencing voluta per creare un effetto di sorpresa, o qualcosa su cui torneresti indietro se potessi?
Nessuna delle due cose direi. Il folk noir e il pop sono i comuni denominatori di ogni traccia.
In “Invano” scrivi “vorrei andare sulla luna per guardare meglio la terra”. È un’immagine potente. Cosa stavi cercando di guardare meglio, quando hai scritto quel verso?
Il brano rappresenta a pieno quel desiderio esotico insito nell’uomo di essere sempre altrove e non si vive mai l’attimo.
C’è qualcosa di molto personale, quasi confessionale, in alcuni brani di questo disco. Quanto della tua vita privata sei disposto a mettere davvero in musica, e dove invece preferisci tenere un confine?
Più che personali e confessionali parlerei di sensazioni quindi la sposterei più su un piano emotivo. Per quanto concerne la mia vita privata in musica, in genere non sono mai propenso a rappresentarla poiché credo che non possa essere di grande interesse per l’ascoltatore.