Massimiliano Felli, Vite apocrife di Francesco d'Assisi
Massimiliano Felli, Vite apocrife di Francesco d’Assisi

“Lo scartellato, per esempio. Stava seduto due tavoli più avanti. Che meraviglioso oggetto di studio!

“Ogni volta che andava, a quel gobbetto se lo ritrovava là. Si vede che frequentava assiduamente il Due Sicilie, né c’era da stupirsene, data la sua ghiottoneria. Come al solito, aveva davanti a sé due coppe di sorbetto alte così, di due gusti diversi, mai gli stessi. Piluccava di qua e di là, di qua e di là. …

“Indossava  un soprabito turchino, liso, e portava calze rattoppate. In compenso aveva un bel fazzoletto al collo: memore di una ricchezza ormai trascorsa? O una tale trascuratezza nel vestire – forse di questo si trattava, più che di reale indigenza – era il segno di un’indole inquieta, ribelle, o magari dell’ascetismo tipico di certi artisti moderni? …

Gli altri avventori lo salutavano ed egli rispondeva sempre cordialmente, con il sorriso di chi conosce tanto a fondo gli uomini da essere giunto dapprima a disprezzarli per le loro manchevolezze, per l’inadeguatezza al ruolo di somma responsabilità affidato loro dall’Eterno, poi, per quella stessa inadeguatezza e quelle stesse manchevolezze, a compiangerli, e quasi a giustificarli. (La carrozza di Priapo, pagg, 196-98)

Il passo qui sopra è un cameo da un romanzo del 2016, il terzo di quattro che Massimilano Felli ha dedicato alle indagini del commissario Cafasso, un ispettore di polizia napoletano tra gli ultimi anni del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, nell’ordine: Il velo davanti agli occhi, Il fuoco in fondo al mare, La carrozza di Priapo e De Peccatis Nostris, tutti pubblicati dalla Stamperia del  Valentino, tra il 2015 e il 2017. Nel cameo compare lo “scartellato”, Giacomo Leopardi, goloso di sorbetti, come il commissario Cafasso. Gli scugnizzi lo beffano per la gobba. E lui per risposta dà i numeri da giocarsi al lotto. Li gioca anche il commissario, e perde. Sono quattro romanzi godibilissimi, e restituiscono con vivacità ammirevole la vita napoletana di quel periodo, e di sempre. Inesauribile l’invenzione linguistica che ricostruisce appunto attraverso la lingua, un’epoca, una città. Il genere non preclude analisi storiche, sociologiche, non trascura il profondo, l’occulto e – se si vuole – l’inconscio dei personaggi. L’intrattenimento non esclude la cultura, anzi è reso più vario, e più interessante, proprio dal sostrato fittissimo di riferimenti culturali. Che nell’ultimo romanzo, De Peccatis Nostris, si fa sostanza stessa del racconto. La vicenda si svolge, infatti, dopo la fallita Rivoluzione Napoletana del 1799, e l’esergo crociano, che campeggia nella prima pagina, ne chiarisce bene il senso e l’allusione all’oggi: “Mai come allora in Napoli si vide il monarca mandare alla morte / … / tutto il fiore intellettuale e morale del paese”. Ed è su quello spegnimento che il narratore crede di cogliere la prova generale di un altro e successivo spegnimento, quello che ancora stiamo vivendo, oggi, in Italia. De Peccatis Nostris è del 2017. Tre anni dopo, per i tipi di Fazi, escono le Vite apocrife di Francesco d’Assisi.

Massimiliano Felli
Massimiliano Felli

Apriamo una parentesi sul titolo: Vite apocrife. Esistono i Vangeli apocrifi, Apocalissi apocrife, e perfino apocrifi dell’Antico Testamento. Esistono i Vangeli gnostici. Il formarsi di un canone ufficiale di racconti e di testi riguardo la figura di Gesù, e già prima in ambito ebraico, di libri dell’Antico Testamento riconosciuti dall’autorità religiosa, è stato un cammino lungo, contrastato. Quando è stato possibile, quando una qualche autorità religiosa ha assunto anche il potere politico, o ha ottenuto l’appoggio di un potere politico, i testi non conformi alla tradizione voluta, accettata, decretata veritiera, sono andati distrutti. Altri sono sopravvissuti e spesso su di essi si sono costruiti movimenti, sette, in contrasto con l’autorità principale. Da qui l’interesse della Chiesa, dei rabbini, a farli scomparire. Perfino i padri della Chiesa sono risultati sospetti, se greci, ai latini, se latini ai greci. E qualcuno, come Origene, destò sospetti in entrambi i campi, se non altro per il fatto che si servisse nei suoi scritti anche di testi gnostici. Non c’è dunque da meravigliarsi se anche su una figura così complessa, come quella di Francesco d’Assisi, che per di più sorse in un periodo tormentatissimo per la Chiesa, sia per il fiorire di eresie importanti come quella dei Catari nel sud della Francia, sia per la lotta insieme teorica e politica con l’Impero, la Monarchia di Dante, circa un secolo dopo cercherà appunto di chiudere la contesa, separando nettamente i poteri, niente di sorprendente dunque se anche intorno alla figura di Francesco sorsero molti racconti e popolari e dotti che confluirono in una variegata letteratura agiografica. Quando anche all’interno del movimento francescano sorsero contrasti, l’autorità che alla fine prese il sopravvento volle, e con rigore. Tacitare tutte le voci dissidenti. Questo è il panorama storico, teologico, filosofico, ma soprattutto ideologico, di idelogie contrastanti, in cui s’inserisce il romanzo di Massimiliano Felli.

La Napoli della Rivoluzione è abbandonata. E con Napoli, anche l’epoca che fu il preludio della nostra modernità, ma insieme anche il presentimento del declino della modernità, la preveggenza – a Napoli possibile come in nessun’altra città – del post-moderno, della confusione dei linguaggi. Qui, invece,  nell’Umbria del XII e XIII secolo, indietreggiamo all’autunno, se non al tramonto, del Medio Evo, e all’aprirsi, tragico, di quel contrasto, anzi di quel conflitto, tra capitale e felicità umana, di cui ancora, nel XXI secolo, non vediamo né la soluzione né la fine. E che il conflitto si faccia più aspro, e perfino più feroce, proprio all’interno della stessa famiglia, non è tanto l’accertamento d’un dato storico, direi anzi quasi archeologico, fondante, delle origini del capitalismo italiano, quanto lo stigma di un peccato originale della società italiana non ancora perdonato in epoca del postmoderno, figuriamoci poi redento.

Jusepe de Ribera, Estasi di San Francesco, Napoli
Jusepe de Ribera, Estasi di San Francesco, Napoli

Il padre di Francesco è un mercante, e il nome stesso del figlio – che significa “francese” – testimonia la vastità dei suoi campi d’azione, la dimensione europea del mercato di cui insieme Pietro di Bernardone fa parte ed è promotore. E’ da questo campo d’azione che il figlio Francesco si distacca, ed anzi vi si oppone:  al possesso del padre e di tutti gli altri possessori, non esclusa la Chiesa, il figlio contrappone l’assoluta indigenza, la povertà, alla quale l’umo, per nascita e per natura, deve attenersi. Felli coglie molto bene, come aveva già fatto Dante, il nodo stesso del messaggio e dell’azione di Francesco: l’obbligo di una povertà assoluta, il rifiuto di qualunque possesso materiale, non già come generico appello a una modestia cristiana, bensì come esigenza ontologica dell’essere uomo. Molti commentatori hanno rimproverato, e rimproverano ancora, a Dante, di avere inteso solo parzialmente il messaggio francescano, di averlo circoscritto all’obbligo della povertà, tralasciando e trascurando gli altri aspetti della teologia e dell’umanesimo francescani. Che poi non sempre si capisce quali siano. Ma non è così. Intanto, Dante mette in scena nel canto di Francesco (Paradiso, XI) una sorta di vera e propria sacra rappresentazione, i cui protagonisti sono Francesco e Madonna Povertà. Non è, però, un caso che a inscenarla sia un Dottore della Chiesa, San Tommaso, che oltre tutto, per molti versi, è anche il riferimento teologico della Commedia (a dire il vero i riferimenti sono molti, Tommaso non è l’unico, anche se il principale, vi ha gran parte anche la teologia di Duns Scoto, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della Voluntas – il Velle della visione finale di Dio – canto XXXIII, e San Bonaventura di Bagnoregio, come vedremo, in quanto personaggio del romanzo di Felli). Come a dire che nell’esaltazione delle stato di natura, della nuda povertà dell’uomo – e quello scandaloso denudamento pubblico, attuato in una piazza pubblica, davanti al padre e davanti a Vescovo, da  Francesco, quello spogliarsi d’ogni indumento per restare, davanti a tutti, spettacolo della nudità adamitica originaria, ne è l’epifania insieme umana e teologica, simile a quella che si rivelò ai pastori di Gesù nudo nella culla di Betlemme: l’Imitatio Christi si fa perfetta, proprio perché inscena un atto di nascita, una lauda, o una sacra rappresentazione, della nudità originaria dell’uomo, e Dante, come s’è visto, lo coglierà perfettamente – in quest’assoluta nudità del corpo, in questa integrale indigenza, come indigenza, dipendenza, inermità originaria, ontologica dell’uomo, si mostra la fratellanza della creatura uomo a tutte le altre creature del creato. Compresa la fratellanza della morte: “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare”. Perché tutto il reale è buono. Il male non appartiene al reale, ma proviene dall’uomo, può introdurlo nel mondo solo l’azione umana: anche in ciò Francesco mostra una perfetta sintonia con il pensiero di Dante (e di Tommaso), quando nel Purgatorio spiega le origini del male: “lo naturale è sempre sanza errore” (XVII, 94). L’uomo che si adegua a questa nudità integrale di tutte le creature è l’uomo che meglio imita Cristo, l’uomo ch’è solo nuda natura e non possiede niente. Il peccato più grave diventa allora quello di appropriarsi di una parte del reale e farne il proprio esclusivo possesso: escludendone, appunto, gli altri. La contesa delle cose possedute diventa così la causa delle contese umane.

Non ci si meravigli della somiglianza di questo principio francescano con la critica della proprietà privata che si legge nel Capitale, e prima ancora nei Manoscritti economici filosofici del ‘44, di Marx. Nel ‘200 la predicazione di Francesco appariva, infatti, ugualmente rivoluzionaria quanto quella di Marx nel secolo XIX e in seguito. Tanto rivoluzionaria che l’Ordine fondato da Francesco presto, ancora vivo il Santo, si divise tra chi voleva restare fedele alla lettera della prescrizione di povertà e chi voleva invece intenderla come messaggio morale, allegorico, di distacco dai beni terreni per dedicarsi alla vita spirituale: per la serenità di questo distacco, i beni, ma posseduti non dai singoli frati, bensì dall’Ordine, diventano così necessari. Vinsero i secondi, i conventi si arricchiscono d’immense proprietà terriere e logicamente le autorità dell’Ordine vollero far scomparire qualsiasi testimonianza che potesse invece mostrare quanto Francesco intendesse alla lettera l’ingiunzione di povertà.

Il romanzo di Massimiliano Felli s’incentra perciò sulla figura di un segretario di San Bonaventura, fra’ Deodato, amanuense che ha copiato in varie biblioteche d’Europa le vite del Santo. San Bonaventura ha scritto un vita di San Francesco che vuole sia considerata l’unica ufficiale. l’unica ammessa, approvata e conosciuta dalla Cristianità. Chiede perciò al suo segretario di recuperare, nelle biblioteche dei vari monasteri, tutte le altre vite, che raccontano episodi a suo dire non veri della vita del Santo di Assisi. Di raccogliere e distruggerle insieme alle altre che egli ha già copiato.

San Bonaventura è un po’ il motore di tutta la vicenda del romanzo. Ed è figura centrale anche della Commedia di Dante. Come nel canto XI del Paradiso il domenicano San Tommaso tesse l’elogio di San Francesco,  fondatore dell’Ordine dei Frati Minori, i Francescani, nel canto successivo il francescano San Bonaventurta tesse quello di San Domenico, il fondatore dell’Ordine dei Frati Predicatori, i Domenicani. Ma San Bonaventura è anche l’autore di un Itinerarium mentis ad Deum, viaggio della mente a Dio, che è il sottotesto dell’intera Commedia. Ma anche del romanzo di Felli. In cui appunto sono messi a confronto la via rigorosa, integrale, di Leone, compresa la fragilità della carne, verso la salvezza, e quella, moderata, di Bonaventura, che viene a patti con il potere politico terreno, e fonda anzi un potere terreno anche dell’Ordine dei Minori, dei Francescani.

San Bonaventura di Bagnoregio
San Bonaventura di Bagnoregio

Deodato, il suo segretario, l’amanuense che ha letto e copiato le diverse vite, anche quelle giudicate da Bonaventura inaccettabili, e condannate come apocrife. non se la sente di ubbidire. E qualcosa di quei racconti proibiti riemerge nel suo racconto. Il romanzo non ha un vero e proprio filo cronologico, anche se procede ordinatamente dalla missione distruttrice di Dedato alla sua morte, ma narra, parallelamente, sia le vicende di Francesco sia quelle di Deodato, che si svolgono più di mezzo secolo dopo. Deodato non si pronuncia sulla veridicità dei racconti. La sua mente è turbata da dubbi, sia nei confronti delle vite apocrife, sia nei confronti della verità ufficiale proclamata da Bonaventura, e non sa decidersi. L’ “Avvertenza”, premessa al romanzo, è indispensabile, per capire il senso stesso del romanzo1: “Benché basato su fonti storiche, il presente romanzo è da considerarsi un’opera d’invenzione narrativa. Come talvolta sono le fonti storiche stesse”. Il veleno sta nella seconda frase.

Ma non entro nei particolari della narrazione, per non privare il lettore del piacere di scoprirli. Vivacissima tutta la prima parte che racconta la vita di Francesco prima della prigionia e della conversione, le sue scorribande e i suoi piaceri di giovin signore. Si dubita, poi, delle stimmate, si dubita della castità di Francesco e di Chiara. Ma perché veramente Francesco non ricevette le stimmate e veramente gli incontri con Chiara non furono mistici ma carnali? In realtà questa è la versione di chi racconta, Deodato o le sue fonti. Non del romanziere. E lo stesso Deodato non le dà per fatti certi, perché lui non ne fu testimone, e quando potrebbe avere una prova, anche indiretta – la chiave che dà accesso a un ingresso segreto nel convento di San Damiano dove in una cella vive Chiara, Deodato si rifiuta di adoperarla, potrebbe essere la chiave giusta oppure no, ma non vuole scoprirlo.

“La storia che i testimoni t’hanno raccontato, a loro volta ignorandone le cause prime e il fine ultimo, non gravarla d’interpretazioni”. Dice Deodato al suo giovane segretario, anche lui un amanuense: “di mistificazioni. A che giova? Enumera i nudi eventi, copiali in bell’ordine così come accaddero, o meglio, come credi in coscienza che siano accaduti. Sine glossa. Rammentalo. Né esegesi, né postille; sospendi il giudizio. Finalmente abbandonato all’umano stupore, arreso all’inestricabilità delle cose di Dio e del mondo, tu sarai un poco più prossimo ad intuire il vero: sine ulla glossa”. In fondo I fioretti di San Francesco sono anch’essi, a loro modo, vite apocrife. E’ apocrifo ogni racconto che non sia la vita vissuta, fosse anche il racconto di chi quella vita l’ha vissuta. O mica immagineremo che la Vita di Benvenuto Cellini; oppure Poesia e Verità, l’autobiografia di Goethe; o la Vita scritta da esso, l’autobiografia di Vittorio Alfieri, raccontino davvero le loro vite, e non siano invece anche questi scritti, che si presentano come autobiografici, nient’altro che il romanzo delle loro vite. Non ultimo fascino di quest’avvincente romanzo è, però, soprattutto la sua lingua. Massimiliano Felli ci aveva abituati alla lingua vivacissima dei quattro romanzi napoletani. Qui cambia registro. Ma non si butta a inventarsi un’improbabile lingua del Duecento. Non è D’Annunzio che riscrive la Vita di Cola di Rienzo. Adopera la lingua di oggi. Ma la farcisce di citazioni, di termini, che la precipitano nel crogiolo linguistico ed esistenziale di ottocento anni fa. Soprattutto fa un largo uso della lingua latina di allora. Senza tradurla. E fa bene. Che i lettori si sforzino di captare la familiarità di quegli uomini con la lingua latina. Era la loro lingua quotidiana, più del volgare. Era comunque la lingua dei documenti, delle regole, dei convegni, dei conclavi, dei processi per eresia, delle università. Ed è il latino che ha contratto i dittonghi, scrive puelle, non puellae. Eccone un esempio, bellissimo:

Eius – Sancti Francisci – temporibus, celo sua dona pluente,

Edidit Asisium florem sydusque novellum,

Claram, qua floret, qua claret mundus, et ordo

Virgineus quondam premortuus orbe revixit;

Cuius odore novo, cuius splendore beato

Preredolet patria, provincia tota coruscat.

Fertilis Asisii tellus generosaque vitis,Duplice sub fructu gaudens …  (pag. 219)

 

A ognuno, dopo la lettura, decifrare il messaggio contemporaneo sotteso al racconto. Si fa un gran parlare, oggi, del destino delle società capitalistiche, dell’esito che avranno gli scontri tra gli egoismi locali e un universalismo più di parole che di fatti. Abbiamo un Papa che si chiama Francesco, e forse non a caso, un papa che per alcuni, per una parte del mondo cristiano, è motivo di scandalo.  Rileggersi in termini attuali la più essenziale cronaca duecentesca potrebbe aprirci gli occhi a eventi che non vediamo. Facciamo un gran tumulto, noi cristiani dell’Occidente, per il “sultano” turco che vuole riconvertire in moschea la cattedrale di Santa Sofia, a Costantinopoli, oggi Istanbul, ma dimentichiamo che noi cristiani d’Occidente abbiamo convertito in cattedrale cristiana la moschea di Cordoba, abbiamo anzi fatto di più, l’abbiamo deturpata, costruendoci dentro, per la sua immensità, addirittura un’altra cattedrale, una cattedrale gotica, che vi sta dentro come un corpo estraneo, un meteorite piombato dallo spazio. Perfino l’Imperatore Carlo V ne inorridì e lo definì un crimine”. Ma di crimini è punteggiata tutta la storia umana. In ogni epoca. L’addomesticamento del messaggio francescano fu anch’esso, forse, un crimine. Se non altro, fu, forse, un’occasione mancata, un privilegio perduto. Riconoscerci per quel niente che siamo. Ma non ci riuscirà, m’immagino, nemmeno l’invasiva minaccia di un virus, a convincere l’umanità di non essere niente. Il suo orgoglio smisurato è più forte di qualsiasi evidenza la realtà si ostini a buttarle addosso. E continuiamo dunque a non voler guardar fuori, a fissarci l’ombelico. Lo “scartellato”, da cui siamo partiti, l’aveva scritto chiaramente: “Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non essere nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte”. Leopardi, Zibaldone, 16 settembre 1832

Massimiliano Felli, Vite apocrife di Francesco d’Assisi, Roma, Fazi Editore, 2020, pagg. 371, € 17,00

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Dino Villatico
Sono nato a Roma nel 1941, il 28 aprile. Infuriava la guerra. Dagli 8 ai 15 anni ho frequentato le scuole argentine (elementari e Colegio Nacional, il nostro liceo) a Bahía Blanca, Provincia di Buenos Aires. L’apprendimento di un’altra lingua, lo spagnolo, mi aprì la mente all’esperienza di pensare in molte lingue. Devo a questa iniziazione l’attuale familiarità, più o meno stretta, con lo spagnolo, il francese, l’inglese, il tedesco, il greco, antico e moderno, il latino. In Italia ho frequentato il liceo classico e poi l’Università. L’Università di Roma, allora, era una fucina di idee e di sperimentalismo. Conobbi Federico Chabod, Nino Perrotta, Natalino Sapegno, Nino Borsellino, Aurelio Roncaglia, Bruno Migliorini, Ettore Paratore, Ugo Spirito, Gustavo Vinay, Alberto Asor Rosa. Mi laureai con Sapegno redigendo una tesi su un poligrafo fiorentino del ‘500, Antonfrancesco Doni, ma relatore fu Nino Borsellino, che restò poi un caro amico, e correlatore fu Asor Rosa. Perfezionavo intanto i miei studi di pianoforte con Vera Gobbi-Belcredi. Ho insegnato materie letterarie nel Ginnasio (greco, latino, storia e geografia, italiano) e in seguito italiano e latino al liceo: le due lingue classiche restano, comunque, capisaldi del mio rapporto con il mondo, l’occhio di Omero, di Sofocle, Euripide, Platone, Aristotele, Lucrezio, Virgilio, Catullo, Tacito, Marcellino, e tra gli scrittori cristiani di Origene, di Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, di Agostino, Tommaso, Duns Scoto, è un occhio per me insostituibile e ineliminabile. “Punti di riferimento”, poeti e scrittori come Shakespeare, Cervantes, Calderón, Góngora, Baudelaire, Goethe, Rilke, Benn, Eliot. Ho collaborato con la Repubblica in qualità di critico musicale e dal 1980 divenni docente di storia della musica nei conservatori: dapprima ad Avellino, poi a Firenze, infine a Venezia. Ho scritto qualche racconto che è stato pubblicato su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti, e testi teatrali, di cui alcuni rappresentati con successo a Roma, ad Asti, a Bari, a Bologna, a Viterbo, a Venezia. Continuo a scrivere critica musicale e altri scritti di vario genere. Latino e greco non sono per me lingue morte, ma le lingue vive dei miei padri. Chiudo, perciò, questo breve promemoria con una citazione oraziana: Immortalia ne speres, monet annus et almum quae rapit hora diem.

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