
Un uomo, una chitarra, la luna e il bisogno ostinato di resistere. Leo Tenneriello dà voce a chi inciampa e continua a crederci. Il nuovo singolo è un viaggio poetico tra illusioni e dignità. In questa intervista, l’autore si confessa tra ironia, leggerezza e parole che restano.

Bentrovato, Leo. “Don Chisciotte Sulla Luna” ricopre un ruolo importante all’interno della tua carriera musicale?
Direi che è una canzone-soglia, un piccolo manifesto disilluso e insieme affettuoso. Non so se sia importante, ma è sincera. È fedele a quello che sono: uno che sogna in silenzio, anche quando fuori fanno rumore. Non pretende di piacere, né di essere capita. Ma resta lì, ferma, con la sua malinconia testarda e la sua ironia quieta. Forse è proprio questo che le dà senso.
Il brano ha un vero e proprio messaggio? Cosa vorresti trasmettere ai tuoi ascoltatori?
Più che un messaggio, ha un respiro. Descrive uno stato d’animo. È il desiderio di trovare un luogo – anche immaginario – dove sentirsi in pace con chi si è. Dove l’arte, le parole, la tenerezza non siano merci da vendere, ma linguaggi da condividere. Poi, certo, c’è anche una beffa amara: persino sulla Luna, in quel rifugio utopico, ritroveremmo le stesse dinamiche, le stesse piccole rivalità. Come a dire: non esiste un altrove puro. L’unica rivoluzione possibile è nello sguardo. E forse anche nell’ironia con cui lo si porta in giro.
Quali sono state le tue principali influenze musicali?
Ascolto con la testa e con la pancia. Amo chi sa mescolare ironia e malinconia, chi riesce a spiazzarti in modo autentico, senza forzature o maschere troppo vistose. Mi piacciono un po’ tutti i cantautori italiani, da quelli più narrativi a quelli più intimi. E poi certi americani, melodici, armonici, obliqui, storti al punto giusto: Tom Waits, James Taylor… gente che ti accarezza e ti accende. Bob Dylan resta un faro: dissimula, rivela, confonde. È uno che ti dà una mappa e poi te la strappa davanti agli occhi. Ma il bello è proprio perdersi.
Credi ci sia un cortocircuito fra l’ideale e il reale? Sarà mai possibile risolvere questa lotta eterna?
Il cortocircuito è proprio ciò che ci tiene vivi. Se l’ideale combaciasse col reale, saremmo robot appagati. Invece siamo esseri mancanti, in lotta, appesi a una domanda. Non credo che si possa risolvere, ma si può imparare a danzarci dentro. Io ci provo scrivendo, cantando, inciampando. Come Don Chisciotte: ogni tanto si cade, ogni tanto si ride. Ma si continua a credere nel vento e nei suoi mulini.