Froyd: «Con “Icaro” racconto il peso delle pressioni sociali e la voglia di fare solo musica»

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Mettersi a nudo attraverso la musica richiede coraggio, soprattutto in un’epoca dominata dall’ansia da prestazione e dalla costante richiesta di incasellarsi in schemi prestabiliti. Per Froyd, nome d’arte del cantautore e chitarrista Andrea, scegliere di seguire fino in fondo la propria urgenza artistica ha avuto il sapore di un vero e proprio salto nel vuoto, superando blocchi emotivi, aspettative sociali e momenti di burnout.
Con il nuovo singolo “Icaro”, l’artista unisce una solida matrice rock-blues a pulsazioni elettroniche e influenze internazionali — da Royal Blood a Kaleo —, rielaborando il mito classico per fotografare le pressioni del presente e la fragilità di una generazione spinta a iper-performare. In questa chiacchierata con Cyrano Factory, Froyd ci racconta le origini della sua identità viscerale, i riferimenti formativi tra grande cantautorato italiano e chitarre d’oltreoceano.

Quali sono state le sfide umane e artistiche più complesse nel momento in cui hai scelto di esporti con il progetto Froyd e con un’identità musicale così netta e viscerale?
Sicuramente il fatto di fare una sorta di salto nel vuoto. Sappiamo tutti che la strada per costruire una carriera musicale è molto complicata e si hanno sempre molte pressioni dall’esterno: “ti devi laureare”,“cerca un lavoro stabile”, “sistemati con una casa di proprietà”. Ma bisogna seguire ciò che si vuole davvero nella vita e io voglio solo fare musica.

C’è stato un momento particolarmente difficile o di blocco che hai dovuto superare e che ha finito per fortificare la tua determinazione e la tua visione?
Ce ne sono stati diversi. Una precedente relazione complicata che non mi ha permesso prendere il tempo sufficiente per me stesso e una serie di auto-complessi, in parte alimentati dalle pressioni sociali che descrivevo prima. Mi ha sbloccato l’avvio della collaborazione con il mio producer e amico Antonio Citarella, in arte Nubula.

Quali ascolti formativi o esperienze di vita hanno lasciato il segno più profondo sui tuoi primi passi nella scrittura?
Io vengo dalla musica rock blues inglese e americana come ascolti e studio della chitarra, ma per quanto riguarda l’aspetto prettamente testuale, cito sicuramente l’avvicinamento alla musica cantautorale italiana avvenuta verso i 24 anni, quando ho riscoperto grandissimi autori come Battisti, Dalla; Fabi e Silvestri. Poi ho sempre cercato e sto cercando di mettere ogni ferita, ogni esperienza formativa della mia vita nella mia musica.

A mente lucida, se potessi dare un consiglio all’Andrea degli esordi, quale sarebbe?
Non fermarsi mai di fronte agli insuccessi e batoste emotive di ogni genere. Raccogliere tutto ciò che rimane per crescere e fortificarsi.

Per “Icaro” hai messo a fuoco una veste sonora energica e tagliente tra alternative rock, sfumature blues ed elettronica: quali riferimenti musicali hanno guidato la produzione del pezzo?
Le principali reference musicali per Icaro sono Royal Blood, Kaleo, Deftones e Black Keys, tutte band che mi porto dietro da una vita.

Come hai scelto il titolo “Icaro” e come si lega la metafora del mito alla frenesia, alle pressioni sociali e al rischio di bruciarsi tipici dei nostri giorni?
Sentivo la necessità di raccontare una situazione di stress e bournout vissuta da me in primis e da molte persone care. Purtroppo oggigiorno prevale una mentalità malsana che ci spinge a iper performare e a superare i nostri limiti in continuazione, a discapito della nostra salute fisica e mentale. Credo che la figura mitologica di Icaro incarni alla perfezione questo particolare scenario collettivo attuale.

“Icaro” accende i riflettori sul tuo percorso: cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi capitoli musicali e dalle nuove uscite all’orizzonte?
Un nuovo Ep molto rock, con sperimentazioni elettroniche.

- 29/09/2026

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