
Dirlinger apre un nuovo capitolo del proprio percorso con il doppio singolo “La città ideale” e “Il vecchio e il mare”, disponibile in digitale e in vinile 45 giri. Dopo il viaggio di “cOntastorie”, il cantautore marchignolo sceglie una scrittura più raccolta e un suono essenziale, affidando a due canzoni il racconto di ciò che, nella vita, ci invita a restare e di ciò che invece ci spinge a partire. Ci riporta alle intimità di Neil Young e ad un certo nuovo folk americano, sempre tenendo conto delle radici pop del nostro bel paese… in rete il video ufficiale per la regia di Alice Mancin non smentisce tutto questo e forse avrebbe potuto restare “internazionale” e apolide anche in un simile frangente…

“La città ideale” richiama un’immagine rinascimentale di armonia e proporzione. Ti interessa ancora l’idea che l’arte possa costruire un luogo in cui abitare, oppure oggi la musica serve soprattutto a imparare a convivere con il disordine?
Credo che l’arte possa costituire il non-oggetto in comune capace di ordinare le menti, ognuna a modo proprio, per poter poi costruire fuori un mondo migliore.
Nel tuo immaginario la città rappresenta un rifugio, mentre il mare è lo spazio dell’incertezza. Inevitabile chiedertelo: cosa scegli?
“Rifugio” e “incertezza” mi sembrano termini che rimandano a emozioni negative e fuorvianti; piuttosto la città può rappresentare uno spazio sicuro e privilegiato da cui osservare e in cui incontrare l’Altro, mentre il mare è uno spazio aperto che, nella sua apertura e semplicità, offre nuove opportunità. Sono spazi apparentemente distanti, ma ritengo siano due facce di una stessa attitudine nell’interfacciarsi col mondo.
“Il vecchio e il mare” non è una trasposizione del romanzo di Hemingway, ma un dialogo con il suo spirito. Cosa prendi da quel libro e cosa riporti nel brano?
Il desiderio di rimettersi in gioco, nonostante le certezze e i dogmi che ci raccontiamo per rassicurarci, nella speranza che l’imprevisto si percepisca come una piacevole sorpresa per scoprirsi migliori.
E restandoci su: Santiago continua a uscire in mare pur sapendo che potrebbe tornare a mani vuote. Pensi che oggi fare canzoni d’autore assomigli a quel gesto: un lavoro ostinato il cui valore prescinde dal risultato?
Credo sia così per tutti, anche per chi non si pone l’obbiettivo di fare canzone d’autore. Quando si decide di dare al mondo esterno una propria idea c’è il rischio che non venga accolta o che venga fraintesa. È lo scotto da investire per saziare quella parte di “animale sociale” che c’è in ognuno di noi.
E ancora: Hemingway raccontava la dignità della sconfitta più che il trionfo della vittoria. È una prospettiva che senti mancare nella musica contemporanea, spesso orientata verso il successo e l’affermazione personale?
In linea di massima sì, però è anche vero che ci sono alcuni personaggi che hanno costruito la propria personalità sulla rabbia, o la delusione, o la disillusione del perdente e poi hanno fatto breccia nel cuore della gente. Il rischio è che diventi una macchietta nel momento in cui chi era perdente diventa un vincente e non vuole ammetterlo, magari per timore di perdere qualcosa. Quindi forse, più che sbandierare il proprio sentirsi vincenti o perdenti, bisognerebbe riprendere a sbandierare la propria umanità: poter dire di essere umani, che a volte ci si sente di aver vinto e altre perso, e che ognuno si trova in un proprio percorso umano individuale in cui ognuno condivide le proprie sensazioni, le quali a volte possono essere di supporto a qualcun altro.
Il video richiama pellicole del cinema e brani che conosciamo… sono citazioni volute? O sono soltanto nostre visioni di quella necessità ostentata di cercare etichette?
Alice Mancin, la regista del videoclip, mi raccontava di essere stata molto ispirata dalla storia dell’arte, anche se sicuramente il suo percorso di studio di cinema e regia l’ha sicuramente arricchita di tante suggestioni e immagini, fosse anche soltanto inconsciamente.