Tra cinema, progressive e impegno civile: la rotta di Roberto Vallerignani

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In questo dialogo con Cyrano Factory, Roberto Vallerignani ripercorre il suo cammino artistico poliedrico, sviluppatosi tra musica d’autore, narrativa e regia cinematografica. L’autore racconta la genesi e l’impronta sonora di Ballarò, brano dalle tinte progressive e dal forte impatto etico che affronta il dramma del Mediterraneo, svelando i maestri di riferimento e i prossimi progetti tra l’album Dell’amore e di altre inezie e il libro Frame.

Il tuo percorso artistico unisce cinema, letteratura e canzone d’autore: quali sfide hai affrontato all’inizio nel far dialogare queste diverse anime espressive?

La musica è stata la base di partenza, a 14 anni iniziavo con le lezioni di chitarra, a 16 a suonare in un gruppo. A differenza di altre band, a noi piaceva molto scrivere cose nostre, quindi i testi sono stati una normale conseguenza. Per arrivare a un romanzo, invece, c’è voluto del tempo, perché andare oltre le prime 10, 20 pagine è difficile, come strutturare una storia credibile e offrire al lettore il giusto pathos. Però, il primo romanzo, La sella del vento, è diventato soggetto per una sceneggiatura cinematografica e mi ha introdotto in questo mondo meraviglioso. Anche il concept Camel Obsession, disco progressive sulla storia di un uomo della Prima Repubblica, che ha ispirato il regista Folco Napolini per un film documento, interpretato da Amanda Sandrelli e Blas Roca Rey, ha contribuito alla crescita della passione. Poi ho scritto alcune cose conto terzi, e, alla fine, mi sono buttato alla regia.

C’è stato un momento particolarmente complesso lungo il tuo cammino creativo che ha rafforzato la tua determinazione a portare avanti una musica d’autore impegnata e senza compromessi?

Sì, è stato nel periodo in cui ho “giocato” a fare il produttore di una cover band di Fabrizio De Andrè, gli Amico Fragile. Lì è nata la voglia di provare a fare musica d’autore, provando a lavorare su messaggi non proprio convenzionali.

Quali maestri della canzone d’autore, della letteratura o del cinema hanno segnato in modo indelebile i tuoi primi lavori?

Facendo i dovuti distinguo (loro sono Maestri veri), Faber è stato senza dubbio un esempio. Avendo, poi, lavorato con Michele Ascolese, suo storico chitarrista, l’ispirazione è evidente. Per quanto riguarda il Cinema, Sergio Leone è, per me, un monumento. Così come Malik. Nella letteratura, tutta la corrente americana del primo dopoguerra, da Steinbeck a Hemingway, da Capote a Faulkner.

Se potessi dare un consiglio al Roberto che muoveva i primi passi nel mondo artistico, quale sarebbe?

Gli consiglierei di essere più portato ai compromessi. Di lasciare passare qualcosa, ogni tanto. Ma poi queste concessioni busserebbero alle porte della mia coscienza?

In “Ballarò” convivono tensione cantautorale e raffinate sfumature progressive grazie anche al contributo di musicisti di rilievo nazionale: quali sono state le principali influenze sonore durante la produzione del brano?

Ballarò è il brano più vicino a sonorità progressive dell’album, il resto a un colore più mediterraneo. Forse per il contrasto, forse per assonanza alla rabbia che provoca il tema. Sta di fatto che le chitarre di Davide Pieralisi sulla realtà filmata dagli uomini della Guardia Costiera ci stanno un gran bene.

Perché hai scelto proprio “Ballarò” come titolo per raccontare la drammatica contraddizione del Mediterraneo trasformato in confine liquido, e quale valore simbolico racchiude per te questo luogo?

Perché Ballarò è un mercato, multicolore e multiculturale. Perché c’è tanta umanità. Ma anche perché è un luogo dove si va di pancia, sia chi vuole vendere la sua mercanzia sia chi la vuole acquistare. E il finale di Ballarò dà voce alla pancia più ottusa della gente.

“Ballarò” è il tassello di un racconto più ampio: cosa dobbiamo aspettarci dai tuoi prossimi progetti discografici o letterari?

Intanto l’uscita dell’album Dell’amore e di altre inezie, dove ci sono 10 brani di forte intensità, che consiglio vivamente. Inoltre il 24 ottobre è in libreria un mio nuovo lavoro letterario, Frame, che è una serie di racconti in cui la cinepresa la fa da padrona per lunghi tratti. Nel senso che spesso le storie sono narrate con l’occhio della telecamera, ovvero più da regista che da scrittore.

- 26/10/2026

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