La Tempesta Gentile: recensione dell’album “Assenza e Rumore”

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L’assenza non coincide necessariamente con il vuoto. A volte possiede un peso, un suono e persino una forma. È il paradosso intorno al quale La Tempesta Gentile costruisce “Assenza e Rumore”, secondo album della formazione reggiana e primo lavoro capace di fotografarla pienamente nella nuova configurazione a tre.

La band parte da un’idea che potrebbe facilmente trasformarsi in un esercizio intellettuale: mettere in relazione assenza e rumore attraverso dieci episodi differenti. Fortunatamente le canzoni arrivano prima delle spiegazioni. Il concept serve a creare collegamenti, non a imporre una lettura.

È importante anche il modo in cui questo materiale è nato. Gran parte del repertorio è passato dal palco prima di essere fissato nel disco. Una scelta che si avverte nella fisicità di diversi brani e che coincide con una fase decisiva nella storia del gruppo. Dopo il debutto “LTG”, Luca Canei e Giovanni Artioli hanno infatti accolto Ilaria Past, trasformando La Tempesta Gentile da duo in power trio e inserendo stabilmente synth ed elettronica.

“Assenza e Rumore” suona infatti come il lavoro di una band che sta scoprendo possibilità nuove mentre le utilizza.

Lo shoegaze rimane nelle stratificazioni, nelle masse sonore, nella tendenza a deformare il timbro fino a renderlo ambiente. Ma il nuovo album evita di restare prigioniero della definizione. C’è il trip-hop, c’è l’elettronica, c’è una sensibilità ritmica che acquista maggiore centralità. E c’è l’handpan, capace di produrre una temperatura completamente diversa rispetto al basso processato e alle componenti sintetiche.

È proprio questa convivenza a dare senso al nome La Tempesta Gentile.

La tempesta arriva quando il suono si addensa, quando le frequenze sembrano spingersi l’una contro l’altra. La gentilezza compare invece nei momenti di sospensione, nelle risonanze, nei passaggi in cui la musica preferisce suggerire anziché travolgere.

Anche i testi e le immagini procedono così. “Pianeta interno” utilizza Venere e Mercurio per raccontare chi continua a orbitare nella nostra esistenza pur essendo diventato invisibile. “Aral” prende una tragedia ambientale e la trasforma in un’immagine privata: un lago prosciugato come una relazione che nessuno alimenta più. “Invisibile” racconta invece il desiderio impossibile di nascondere qualcosa che, proprio perché brucia, finisce inevitabilmente per produrre luce.

In mezzo c’è spazio anche per uno sguardo meno introspettivo. “FANTASMA” affronta la dittatura morbida della tendenza, quella corrente che non obbliga formalmente nessuno a seguirla ma rende sempre più difficile opporsi. “Fuori dai guai” difende perfino una certa quantità di caos: non il culto del problema, quanto il rifiuto dell’apatia.

“Le sfere di Cavendish” è probabilmente uno degli esempi migliori della scrittura concettuale del gruppo. L’esperimento settecentesco sulla forza gravitazionale viene sottratto al manuale di fisica per raccontare la sensazione di trovarsi accanto a qualcosa di immensamente più grande, attratti o respinti da forze difficili da controllare.

Con “Vertigine I” e “Vertigine II” il precario equilibrio diventa esplicito. Il precipizio è fisico e mentale insieme. Non guardare in basso è un consiglio da escursionista, ma anche una strategia elementare per attraversare alcuni momenti della vita.

Poi viene la notte di “Sogno elettrico”. Per qualche minuto il sogno restituisce ciò che la realtà ha tolto. Il risveglio interrompe tutto, ma qualcosa rimane addosso.

È forse questa la migliore definizione dell’intero album: un disco sulle tracce lasciate dalle cose scomparse. “Assenza e Rumore” non pretende di risolvere il paradosso del titolo. Preferisce abitarlo. Ed è proprio lì, tra ciò che non vediamo più e ciò che continuiamo ostinatamente a sentire, che La Tempesta Gentile trova la propria voce.

- 10/10/2026

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