
Il personaggio Xavier, ne “Il riflesso della Chimera”, è un archeologo, uno studioso che lavora sul passato per professione. Non è una scelta casuale: la sua ricerca accademica sembra riflettere il suo stesso bisogno di scavare in ciò che è stato, anche quando questo diventa pericoloso. Corrado Prever, l’autore, ci spiega meglio la sua figura.

Corrado, perché hai scelto di rendere Xavier un archeologo e studioso di arte asiatica?
Bella domanda, forse perché alla fine in qualche modo ogni scrittore non fa che scrivere di sé stesso, di quello che ha vissuto in prima persona. È inutile scrivere di quello che non sai o che non hai mai fatto.
Confesso che mi sono spinto ben oltre; ma in realtà è il personaggio secondario di Stefano a fare un lavoro che ho sul serio svolto personalmente. Si tratta di un petrografo, di un geologo, ed è proprio quella la mia formazione. Ho contribuito alla classificazione dei litotipi dello statuario del Museo Egizio di Torino nel lontano 1996, mentre terminavo il corso di laurea.
L’archeologia è il contrappunto a scavare dentro sé stessi, per voler comprendere anche quando forse non si dovrebbe. Nicole spesso glielo rinfaccia a Xavier; il dilemma è quello vivere senza porsi troppe domande, o di fare la scelta opposta di voler capire.
Quanto la sua professione rispecchia il suo modo di affrontare, o evitare, le emozioni?
Non direi che Xavier evita le emozioni, spesso si fa trascinare da esse come da un torrente in piena, ed è consapevole di doverlo fare per poter arrivare allo stadio successivo.
È a quel punto che Xavier deve lottare con l’abuso di alcol, lo usa proprio per spegnere la propria razionalità, per vivere senza dover capire ancora una volta.
Nel romanzo il passato non è mai neutro: può diventare una forma di ossessione?
Assolutamente sì, i limiti non sono mai definiti, è facile spostarsi in quel territorio inconscio da cui non si sa bene come tornare indietro. Comincia per curiosità, poi si va avanti senza tregua.
Per lui il passato di Nicole diventa un’ossessione, lo è più per lui che per lei, e non è solo quello ad attenderlo. Dovrà fare i conti con ben altro.
Esiste, secondo te, un limite oltre il quale la ricerca del passato smette di essere conoscenza e diventa perdita?
Posso immaginare che coincida con la pace interiore, quando sai di aver fatto quello che dovevi fare, forse è così o forse no… e sarebbe successo ancora e ancora: al di là del tempo, al di là dello spazio.
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