Villa Lante a Bagnaia, anatomia di un restauro. Come un cantiere è diventato un caso internazionale.

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Alcuni monumenti sembrano appartenere esclusivamente alla storia e agli addetti ai lavori. Altri, invece, continuano a vivere nel presente perché ogni intervento compiuto sulla loro materia riapre domande che si credevano risolte. O che sarebbe apparso superfluo porsi ancora, in virtù di principi metodologici di intervento considerati assodati.

Villa Lante a Bagnaia, presso Viterbo, appartiene a questa seconda categoria. Quando, nelle scorse settimane, il complesso monumentale ha riaperto dopo il grande cantiere finanziato dal PNRR – Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, l’attenzione del pubblico si è concentrata, com’era prevedibile, sul restauro delle fontane, delle sculture e delle architetture in peperino che fanno di questo luogo uno dei vertici assoluti del giardino manierista europeo.

Ma la soddisfazione per la conclusione dei lavori ha ceduto ben presto all’insorgere di quesiti e dibattiti. Le prime fotografie diffuse hanno fatto emergere una sensazione condivisa, da tradurre immediatamente in termini tecnici, così come da collocare sul piano percettivo: Villa Lante appare profondamente mutata. Non altra da sé perché restaurata, ma perché sottoposta a un processo, formalmente finalizzato al recupero del complesso monumentale e scultoreo, che ne ha profondamente mutato il rapporto tra essenza materiale e carattere percettivo.

Da quell’impressione visiva è sorto un dibattito che, nel giro di pochi giorni, ha oltrepassato i confini della Tuscia, approdando sulle pagine di riviste d’arte, quotidiani on-line, piattaforme accademiche e siti di approfondimento. Non è frequente che un restauro susciti una tale circolazione di analisi. Ancora meno frequente è che il confronto si sviluppi non attorno ai costi dell’opera o ai tempi del cantiere, ma alla natura stessa del restauro. Che cosa significa restaurare un monumento, in primo luogo attribuendo al recupero la finalità e il compito di approntare un atto conoscitivo, allo scopo di conservarlo? È la domanda che attraversa tutta la storia del restauro moderno. Conservare significa riportare un’opera alla sua presunta immagine originaria? Oppure significa custodire la materia così come il tempo l’ha lentamente trasformata? La patina è un deposito estraneo oppure costituisce essa stessa una parte dell’opera? Non sono interrogativi astratti e puramente teorici. Nel caso di Villa Lante sono diventati concreti in modo perentorio.

Chi osserva oggi le grandi fontane del giardino formale s’imbatte in superfici lapidee che non sono state liberate soltanto dalle forme di bio-deterioramento, dalle concrezioni calcaree e dalle efflorescenze, ma anche della patina storica.

Il peperino, pietra vulcanica che costituisce l’identità materiale del complesso, appare in molti casi riportato a una condizione prossima alla sua tessitura originaria, quella che può essere definita, con espressione eloquente, per altro ricorrente più volte nelle analisi pubblicate nelle ultime settimane di grado zero di cava. È a tal proposito che si apre una frattura interpretativa. Non si tratta della restituzione della leggibilità perduta, poiché l’algore della pietra è il segno di una pulitura radicale fino a cancellare l’epidermide storica della pietra.

L’espressione grado zero di cava non è soltanto una formula efficace, quanto piuttosto una constatazione e una metafora critica. Indica l’idea di una pietra riportata, anche visivamente, a una condizione precedente alla propria storicizzazione, come se secoli di esposizione all’aria, all’acqua, ai licheni, alle ossidazioni e alle trasformazioni naturali fossero stati improvvisamente azzerati. Conseguente una anacronistica sospensione del passaggio del tempo.

È qui che il caso Villa Lante smette di essere una vicenda locale, in ragione della pregevolezza e del valore storico-artistico del complesso, oggetto di studi specialistici internazionali, così come di sopralluoghi che richiamano viaggiatori, sulla scorta del secolare Grand Tour, italiani e stranieri.

Le immagini pubblicate nel corso delle ultime settimane non vengono utilizzate come semplice supporto illustrativo. Diventano documenti, invitando a interrogarsi non tanto sull’efficacia del restauro quanto sulla sua intenzionalità e direzione. Le grandi divinità fluviali, la Fontana dei Mori, la Catena d’Acqua, la Fontana dei Delfini, la Fontana dei Lumini: ovunque il confronto insiste sulla stessa domanda.

Che cosa stiamo guardando? Una pietra finalmente liberata dalle alterazioni? Oppure una pietra privata anche di quella lenta sedimentazione che costituiva parte integrante e protettiva del monumento?

La risposta non può essere affidata a un tenore impressionistico.

L’aspetto più rilevante è che la querelle sulla vicenda, animata dagli articoli che hanno alimentato il dibattito, non si limita infatti a formulare giudizi estetici.

Chiede documenti. Chiede dati. Chiede analisi.

Da qui sono state formulate le dieci domande rivolte agli enti responsabili del restauro. Domande che riguardano le prove preliminari di pulitura, i criteri utilizzati per stabilire il livello di intervento, le analisi petrografiche, la compatibilità delle metodologie adottate con le caratteristiche del peperino, il programma di monitoraggio previsto dopo la conclusione del cantiere, la disponibilità a rendere pubblica la documentazione tecnico-scientifica. Il dato forse più significativo è proprio questo. Nessuna delle dieci domande può chiedere di tornare indietro. Tutte chiedono di procedere attraverso la conoscenza.

È proprio ora, infatti, che comincia il tempo più lungo e più difficile: quello della verifica. È sottinteso e ben noto a chi ha sovrinteso ed eseguito i restauri che ogni scelta compiuta oggi produrrà effetti nei prossimi decenni. Se dovessero comparire fenomeni di erosione accelerata, alterazioni cromatiche, disgregazioni superficiali o altre forme di degrado, soltanto un monitoraggio sistematico consentirà di comprenderne la portata e approntare gli interventi opportuni.

È anche per questo che, parallelamente alla discussione scientifica, è nata una petizione pubblica che propone controlli permanenti sul monumento. L’idea è semplice. Trasformare Villa Lante in un laboratorio di trasparenza. Fare del monitoraggio costante, perché di monitoraggio costante si dovrà trattare, una pratica ordinaria di tutela del complesso di Villa Lante.

Condividere periodicamente dati, rilievi, fotografie e risultati.

Sarebbe un percorso rilevante. Perché la questione riguarda tutto il patrimonio italiano. Mai come oggi nel nostro Paese si stanno restaurando centinaia di monumenti grazie ai finanziamenti del PNRR. Mai come oggi il tema del carattere filologico degli interventi assume un valore strategico.

Villa Lante, in questo senso, rappresenta qualcosa di più di una controversia su metodi più o meno invasivi di pulitura della pietra. Rappresenta una domanda rivolta all’intera cultura della conservazione. In considerazione dell’assunto secondo il quale il patrimonio storico appartiene sia agli specialisti che ai cittadini.

E quando un grande restauro modifica il volto di uno dei complessi plastico-architettonici simbolo di quella cultura tardo-rinascimentale italiana ed europea, chiedere di conoscere le ragioni delle scelte adottate non significa alimentare una polemica.

Significa esercitare quella forma di vigilanza culturale senza la quale la tutela rischia di trasformarsi in un atto solipsistico e non condiviso con la degli studiosi, degli addetti ai lavori, dei tecnici, ma anche della comunità civile.

Per questo il caso di Villa Lante merita un’attenzione peculiare. Non perché dimostri la bontà o l’erroneità di un protocollo d’intervento. Ma perché ricorda un assunto metodologico fondativo del restauro scientifico contemporaneo: sulla sostanza materiale di un monumento il tempo non può essere cancellato senza interrogare, insieme alla materia, anche la memoria e la valenza estetica dell’opera stessa. Un combinato disposto di storicizzata memoria brandiana.

 

TAGS: restauro

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