
Disponibile su tutte le piattaforme digitali, “Per sempre” è il nuovo singolo dei Varanasi: un brano che unisce suggestioni oscure e scrittura evocativa, costruendo un racconto sospeso tra immaginario horror e riflessione interiore.
Il testo si muove tra archetipi universali — il patto col diavolo, la lotta tra bene e male, la perdita di sé — sviluppati in una narrazione allusiva ma incisiva, che non cerca mai di alleggerire la propria intensità. A emergere è una “fame oscena”, simbolo di un vuoto iniziale che si trasforma in qualcosa di incontrollabile, capace di ridefinire l’identità del protagonista.
Sul piano sonoro, il brano gioca su un equilibrio dinamico: atmosfere eteree e sospese accompagnano l’ascoltatore nella prima parte, per poi aprirsi a un finale più luminoso e vitale. Un contrasto che amplifica il senso del racconto e conferma l’approccio della band, che parte dalla musica per costruire l’universo narrativo del testo.
In questa intervista per Cyrano Factory, i Varanasi approfondiscono la genesi del brano, il rapporto tra parola e suono e il ruolo della lingua italiana nella trasmissione delle emozioni, offrendo uno sguardo diretto sul loro processo creativo.
Il testo di “Per sempre” ha un tono molto crudo: come nasce la sua scrittura?
A partire dal titolo è nato uno spunto in chiave horror che poi si è sviluppato seguendo un classico dell’immaginario comune, ovvero la lotta del bene contro il male, il patto col diavolo, la perdita di sé.
Quanto c’è di autobiografico nella perdita di sé che raccontate?
In questo caso poco o nulla, poi chiaramente una volta che una canzone ha una forma può avere in ogni caso dei rimandi al proprio vissuto. Il protagonista ricorda il suo passato e questo può riguardare chiunque, anche quando il proprio passato non ha nulla di oscuro, perché in ogni caso si perde sempre qualche pezzo di sé.
La “fame oscena” è una metafora potente: da cosa prende forma?
Dal vuoto iniziale da cui parte la trasformazione del protagonista, che nel contesto dell’orrore diviene insaziabile.
Avete mai pensato di alleggerire il testo o la sua durezza era necessaria?
No, in fondo è il suono del brano a fare da contrasto, sia nell’atmosfera iniziale più eterea, che nel finale più speranzoso e vitale; le parole si mantengono tutto sommato su un piano allusivo, non esplicito.
Come lavorate sul rapporto tra parola e suono durante la composizione?
Partiamo sempre dalla musica. Poi a volte un testo già scritto può adattarsi a un brano, ma in genere partendo dalla musica si decide la direzione, l’atmosfera del testo, l’argomento, possibili ispirazioni letterarie o artistiche in generale.
Scrivere in italiano cambia il modo in cui raccontate certe emozioni?
Può darsi, non è una cosa razionalizzabile. Con l’inglese si ha un filtro in più, perché anche se uno parte dall’italiano e poi traduce in inglese, poi il testo finale è meno immediato, e ciò può facilitare una maggiore propensione a mettere a nudo certe parti di sé; tale filtro lo si può avere anche con l’italiano, un testo rimane in ogni caso un’opera di finzione, però c’è un effetto diretto all’ascolto, che amplifica il coinvolgimento emotivo.