

Ci sono romanzi che sembrano nascere da un bisogno più che da un progetto a tavolino, e Vorrei rinascere cormorano sembra essere esattamente questo: il bisogno di Vania Perale di mettere ordine, attraverso le parole, in una vita fatta di lutti, di un matrimonio complicato dalle dipendenze del marito e di una rinascita arrivata tardi ma arrivata. La scelta di raccontare tutto attraverso le lezioni di pittura a degli studenti immaginari è quasi disarmante per quanto funziona bene, e ricorda, per la capacità di trasformare la fragilità personale in materiale di riflessione senza vittimismo, certe pagine di Michela Marzano, altra autrice capace di scrivere di relazioni difficili con uno sguardo lucido più che lamentoso. Non tutto, però, scorre con la stessa fluidità: nei capitoli centrali, quando i salti temporali si fanno più frequenti tra il presente dell’Atelier e i diversi episodi del passato, il lettore deve fare un piccolo sforzo in più per orientarsi, e qualche indicazione temporale aggiuntiva avrebbe reso più semplice seguire il filo degli anni che passano. Per il resto, la voce di Francesca resta coerente dall’inizio alla fine, capace di tenere insieme l’ironia veneziana, qualche frase in dialetto, e momenti di vera commozione senza mai scivolare nel patetico. Il cormorano, animale che dà il titolo al libro, arriva solo nelle ultime pagine ma chiude il cerchio in modo efficace, restituendo un senso a tutto il percorso raccontato fino a quel momento. Anche i lettori meno avvezzi al genere autobiografico troveranno, in questa voce così diretta, un motivo valido per affezionarsi al personaggio fino all’ultima pagina.