“Una storia Montana”: Martina Fontanarosa esordisce con un romanzo che divide

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Dirò subito che questo libro mi ha preso e poi perso e poi ripreso, nel giro di duecento pagine. Non è un’esperienza spiacevole, anzi. Significa che c’è qualcosa di vivo dentro. “Una storia Montana” è il tipo di romanzo in cui la voce narrante è così presente da diventare quasi un personaggio a sé: Lucia osserva, riflette, analizza tutto quello che le passa davanti, dalla segnaletica stradale all’accento degli studenti americani, dal modo di ordinare il caffè alla cerimonia di laurea con il capo tribù dei Blackfeet. Questo sguardo analitico è il punto di forza del libro e, a tratti, anche il suo limite: ci sono passaggi in cui la riflessione prende troppo spazio rispetto all’azione, e il lettore si ritrova a desiderare che qualcosa succeda invece di essere spiegato. Poi però arriva una scena come quella del lento improvvisato su una strada del Montana, con i Guns N’ Roses alle spalle e Max Gazzè nel finale, e tutto si rimette a posto. Quella scena vale da sola diverse pagine teoriche. È lì che si capisce cosa può fare davvero questa scrittrice quando lascia andare il controllo e si fida dell’istinto. Webster e Lucia su quella striscia d’asfalto sono il momento migliore del libro, senza dubbio. Un esordio con più pregi che difetti. Vale la pena.

- 06/06/2026

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