

Partiamo dalla cosa più importante: “Il Grande Gioco” di Emiliano Lavorini è un romanzo che si prende dei rischi veri, e questo va riconosciuto senza riserve. L’idea di raccontare l’intera storia evolutiva dell’umanità, dall’era dei grandi rettili fino all’esplorazione spaziale, attraverso le lenti di un gioco cosmico governato da Arbitri e Concorrenti, è genuinamente originale. Il protagonista, davanti all’assemblea che mette in discussione il suo personaggio, dice: “Non vi chiedo di accettare un gioco. Vi chiedo di accettare me.” È una delle frasi più riuscite del libro, e funziona perché arriva dopo pagine di tensione costruita con pazienza. Detto questo, il romanzo ha zone meno a fuoco. I capitoli finali (quelli che portano fino all’esplorazione spaziale e al confronto con civiltà extraterrestri) sembrano accelerare oltre il necessario, come se l’autore avesse ancora molto da dire ma poco spazio per dirlo. L’impressione è che certi sviluppi meritassero più pagine, o forse un secondo volume. Chi cerca un romanzo che si interroga sul senso dell’esistenza senza usare le categorie abituali troverà qui materiale abbondante. Chi invece si aspetta una trama tradizionale con personaggi psicologicamente sfumati potrebbe trovarsi a disagio. “Il Grande Gioco” è un libro di idee prima che di persone, e va letto sapendolo.