Un libro che divide: perché “Gli alberi parlano di notte” è meglio (e peggio) di quello che sembra

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Partiamo dalla cosa che mi ha colpita di più: la dedica. «Alle mie fronde libere e alle mie radici che il vento scuote ma non strappa.» È lì, prima ancora che la storia cominci, che Angela Maria Diano dichiara cosa sta scrivendo davvero. Non un giallo. O meglio, un giallo sì, ma come involucro per qualcosa d’altro. Maurizio Testa è un uomo che non crede alla morte di sua moglie e tutta la macchina investigativa che mette in moto serve, in fondo, a non guardare in faccia la possibilità che abbia torto. Questo è il motore emotivo del libro, e funziona. Funziona meno, devo dirlo, la parte lisbonese con Lorena Gentile sotto copertura, che in certi passaggi scivola verso un registro da thriller internazionale un po’ distante dall’atmosfera più intima della prima metà. È come se il romanzo cambiasse velocità senza segnalarlo. Però. Però c’è la scena in cui Clara racconta a Maurizio la sua prigionia, di notte, con le luci spente, e dice: «Gli alberi parlano, di notte. Lo sai? Non con le parole. Con il vento. Con i rami che si toccano.» Ed è lì che capisci che Diano non stava scrivendo un plot, stava scrivendo una sopravvivenza. Per questo il libro divide: chi cerca il thriller rimarrà a metà. Chi cerca qualcos’altro troverà pagine che restano.

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- 23/06/2026

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