“Cosa c’è tra i pampini verdi?” lesse Michelino ad alta voce.

“Mamma cosa sono i pampini?”, si interruppe.

“Sono le foglie dell’uva”, spiegò la mamma.

“E perché avevi scritto una poesia sull’uva e il vino?”, volle sapere Michelino.

“Perché nonno Michele aveva la vigna e poi la maestra ogni anno ad ottobre ci faceva studiare la poesia sull’uva e il vino e così ne avevo scritta una anch’io … Ora non è più così!” sospirò la mamma.

“E perché?” chiese Michelino. “Mah … Chi lo sa!” replicò la mamma con un altro sospiro.

Michelino rimase pensieroso, poi chiese alla mamma di raccontargli la storia di Cixireddu, e prima ancora che fosse finita, aveva già chiuso gli occhi.

Cixireddu, piccolo e astuto, faceva il guardiano di vigne ed era severissimo: nemmeno un grappolo, nemmeno mezzo grappolo, nemmeno un acino, nemmeno un seme doveva mancare dalla vigna.

Un giorno, mentre riposava all’ombra della sua vite preferita, sentì una vocina sottile sottile senza però riuscire a distinguere le parole. Cixireddu si alzò e cominciò a camminare lungo il filare finché si trovò davanti una bella bambina che, vedendolo, smise di canticchiare e lo squadrò dall’alto verso il basso.

E Cixireddu non sentì la solita domanda: “Mi dai un grappolo d’uva?” … No, la bambina lo salutò invece: “ Ciao! Chi sei?” “Sono Cixireddu . E tu chi sei?” “Sono Pollicina. … Cisc …” e Pollicina si fermò non riuscendo a pronunciare bene il nome di Cixireddu che, sorridendo, scandì: “Ci–xi–red-du”. Ma, nonostante gli sforzi, Pollicina trovava difficoltà e perciò Cixireddu le disse: “Chiamami Ceciolino. E’ Lo stesso”.

“E cosa vuol dire?” domandò Pollicina?.

“Piccolo cece … Perché sono grande quanto un cece”, spiegò Ceciolino.

“Io, invece, sono grande quanto un pollice e per questo mi chiamano Pollicina. Io sono stata creata da Andersen. E tu invece? Dimmi, chi ti ha creato?” volle sapere la bambina.

“Io sono frutto della tradizione popolare sarda. Non avevo mai sentito parlare di te. Cosa fai da queste parti?” chiese Ceciolino.

“Sono in viaggio per tornare dalla mia mamma. Un brutto rospo mi aveva rapita dal mio mezzo guscio di noce dove dormivo e mi aveva posato sopra una foglia di ninfea. Poi, con l’aiuto dei pesciolini, sono riuscita a liberarmi. Durante l’inverno sono stata al buio nella tana di un vecchio topo di campagna ma desideravo tanto la luce del sole … e ora, dopo varie peripezie, eccomi qua. E tu cosa fai?” “Faccio il guardiano di vigne!”disse Ceciolino con un certo orgoglio che non riusciva a nascondere quando si trattava del suo incarico. “E cosa c’è da controllare nelle vigne?” chiese con candore Pollicina. “C’è l’uva!!! Non lo sai” si sorprese Ceciolino. “E a cosa serve l’uva?” replicò Pollicina. Ceciolino, ancora più sorpreso, rispose: “C’è l’uva che si mangia e c’è l’uva da cui si ricava il vino”. “Il vino?! … Quel succo che se ne bevi tanto fa perdere la testa? … Non sapevo che fosse fatto d’uva!” mormorò Pollicina. Ceciolino non smetteva di stupirsi ma, pazientemente, chiese: “E di cosa pensavi fosse fatto?” “Beh, a dire la verità, io non ho mai assaggiato il vino e nemmeno l’uva, ma, ogni tanto, vedo in televisione quei signori esperti che assaggiano il vino … E, beh, vedi, quei signori sentono il sapore di frutti esotici, bacche di bosco, liquirizia, fiori, resine, a volte perfino qualche ortaggio …ma di uva no, mai! Quindi come potevo immaginare che il vino derivasse dall’uva?!”, spiegò Pollicina. “Beh, in effetti, non hai tutti i torti”, replicò comprensivo Ceciolino, “Ma, ti assicuro”, aggiunse, “che il vino, quello vero, è fatto solo d’uva”.

“E come si fa?”, volle sapere Pollicina.

“Prima si taglia l’uva e, quando si taglia tutta assieme si chiama ‘vendemmia’”, cominciò Ceciolino. “E poi?”, interruppe Pollicina. “Poi la si pigia per farne uscire il succo. Prima lo si faceva coi piedi, ora con le macchine pigiatrici. Poi si lascia fermentare il succo, che si chiama mosto, nei tini”, continuò Ceciolino. “E cosa vuol dire ‘fermentare’?” chiese Pollicina.

“Vuol dire che gli zuccheri che sono nell’uva si trasformano in alcool”, spiegò Ceciolino.

“E come?”, chiese ancora Pollicina.

“Ci sono degli animaletti piccoli piccoli, molto più piccoli di noi, che lavorano e lavorano. Si chiamano lieviti saccaromiceti”, disse Ceciolino, dandosi un po’, ma solo un po’, di arie.

“Caspita! Che bello! … Allora, se nell’uva ci sono gli zuccheri, vuol dire che è dolce …” mormorò Pollicina, quasi parlando tra sé. “Sì certo che è dolce. Ci sono tanti tipi d’uva ma l’uva matura è sempre dolce”, enfatizzò Ceciolino.

Pollicina rimase per qualche istante pensierosa, poi azzardò piena di speranza: “Me ne faresti assaggiare?”. E Ceciolino, suo malgrado si adombrò.

Il suo dovere gli imponeva di essere rigidissimo: nemmeno un grappolo, nemmeno mezzo grappolo, nemmeno un acino, nemmeno un seme doveva mancare dalla vigna … ma quella bambina dalla pelle bianca e rosa, vezzosa e innocente come non ne aveva mai incontrate, non lo lasciava indifferente. Anzi, se doveva essere sincero, ne era davvero incantato.

E così le disse: “Davvero non potrei. Ma, per la prima ed ultima volta in vita mia, farò un’eccezione. Ti farò assaggiare un acino d’uva. Sceglierai tu quale. Ed io, dal canto mio, mi assumerò le mie responsabilità. Ne pagherò le conseguenze, siano quelle che siano, quando lo dirò al padrone”. Pollicina, benché leggermente amareggiata dalle parole di Ceciolino, si fece prendere subito dall’entusiasmo all’idea di assaggiare quel frutto che a lei appariva tanto esotico.

Ceciolino la condusse lungo i filari della vigna e Pollicina non finiva di estasiarsi ammirando rapita i grappoli rosso rubino del girò, quelli scuri che tendevano sia al blu notte che al nero del cannonau e della mora e soprattutto quelli dorati del semidano, del nuragus, del vermentino e del moscato.

“Che bei grappoli! Mi piacciono tutti. Quelli rossi mi fanno pensare al sole, al fuoco, alla luce, al calore, quelli scuri alla notte e ai suoi misteri e quelli dorati alle stelle. E le stelle, che rischiarano la notte brillando nell’oscurità, significano speranza e mi fanno pensare alla mia mamma lontana. E, pensando alla mia mamma, assaggerò uno di questi acini piccini” disse indicando un grappolo di moscato dai piccoli acini fitti fitti. Ceciolino si complimentò per la scelta. “E’ dolcissima e matura al punto giusto”. Quindi fece per arrampicarsi su un tralcio quando, sentendo un ronzio purtroppo assai familiare, si fermò urlando: “Pollicina via di là! Scappa! Allontanati! Arrivano le vespe! Ed io, io devo salvare l’uva!!!”.

Sì! Doveva salvare l’uva: l’aveva protetta dai parassiti, dalle malattie, dai ladri e ora, ora che era matura al punto giusto, doveva proteggerla da quegli invasori che ben conoscevano quanto inebriante fosse quel succo dolce e gustoso. E così si preparò ad azionare tutti gli stratagemmi che aveva escogitato per proteggere il suo tesoro. Ma, mentre allungava la mano, vide Pollicina a terra.

Doveva essere inciampata nella corsa e ora un viscido biscione strisciava verso di lei sicuramente animato da cattive intenzioni. Ceciolino non indugiò e, per salvare Pollicina, si precipitò sul serpente tramortendolo con un sasso. Pollicina, salva, lo abbracciò con calore e Ceciolino, per qualche istante, si sentì in estasi. Ma subito si accorse con orrore che le vespe avevano quasi raggiunto i grappoli d’uva e lui era ormai troppo lontano per poter azionare le reti protettive in tempo. Per la prima volta Ceciolino non sapeva che fare e per la prima volta si sentiva perso. L’angoscia era terribile. Il sole picchiava, il ronzio si faceva sempre più insistente, Pollicina cominciò a piangere e Ceciolino a sudare.

Finché, all’improvviso, la terra tremò e Pollicina e Ceciolino anche.

Le reti vennero misteriosamente azionate e le reti calarono sulle viti giusto in tempo per proteggerle dalle vespe che, furenti, tentarono allora con insistenza, ma invano, di passare attraverso i piccoli fori finché due grosse mani non scacciarono anche le più ostinate.

Pollicina e Ceciolino non si capacitavano: c’era un gigante buono davanti a loro e ora quel gigante buono si chinava guardandoli sorridente.

Ceciolino si fece avanti: “Grazie! Hai salvato l’uva! Ti sarò sempre riconoscente!!!”

“Chi sei?”, s’intromise Pollicina.

“Sono Michelino, il bambino che vi sta sognando”.

E intanto il vento portò il suono delle campane del paese che non era molto distante.

Michelino si alzò dicendo: “Si è fatto tardi. E’ quasi ora di svegliarmi”.

“No aspetta. Devo far assaggiare il moscato a Pollicina”, esclamò Ceciolino.

“E’ davvero tardi. La mamma tra poco comincerà a chiamarmi. Uhhh”, mormorò Michelino rotolandosi nel letto mentre la sveglia continuava a trillare.

“Ceciolinoooooo!!!”

“Pollicinaaaaaa!!!”

“Cixireduuuuuu!!!”, i due bambini si chiamavano l’un l’altra mentre cominciavano a svanire e ad affievolirsi.

“Michelino, svegliati. E’ tardi!”, sussurrò la mamma.

Solo un bacio sospeso nell’aria volò tra Pollicina e Ceciolino: un bacio piccolo e dolce come un acino di moscato maturato al sole.

Foto web

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