Rivisto giorni fa, in televisione, il bel film Bright Star di Jane Campion, costruito intorno agli ultimi mesi di vita del poeta John Keats. L’orecchio interiore, il grande mistero della poesia, della musica, del linguaggio. La musica non è, forse, un linguaggio vero e proprio, ma in comune con il linguaggio ha di usare la stessa materia: il suono. E la poesia è, anche, o soprattutto, suono, musica. Qui sta forse ciò che coglie Keats, nell’Ode a un’urna greca: che il suo significato più profondo, più vero, non sta nella decrittazione del messaggio, ma in come questo messaggio appare, si materializza in suono. Più che di mistero si dovrebbe, chi sa, parlare di un significato altro, e molteplice, che cambia a seconda di chi lo dice e di chi lo riceve.

Un trattato di poesia indiano, del IX secolo, il Dhvanyaloka, sostiene che la poesia non è ciò che si dice, che sta scritto, che si legge, ma ciò che sta “sotto” la parola. Il trattatista indiano questo sottotesto lo chiama “dhvana”, “aroma”, “profumo”. Come non pensare al Vuoto di Buddha, all’Atman, il Sé dell’Essere, di cui parlano i Veda? Chi può dirlo, ma può darsi che la poesia, la musica, sotto la crosta del suono, o proprio perché sono soprattutto suono, scendono alla radici della nostra esperienza di viventi, al movimento stesso che ha spinto l’alga a uscire dall’acqua e a radicarsi nella terra e da lì a diventare albero. Siamo sicuri che quel movimento non avesse una voce? Se non altro vibrava nell’acqua prima e poi nell’aria, e il suono non è altro che vibrazione che noi percepiamo come suono. Per questo, forse, ci tocca così intimamente, perché scende nella sostanza stessa del nostro esserci. Il filo d’erba crescendo non fa rumore. Ma ne siamo sicuri? Proprio nel movimento, nel divenire, individuava Aristotele la natura della vita e perfino l’essenza del tempo, che sarebbe nient’altro che la misura del movimento, e non un fenomeno reale.

Ecco: poesia, musica sono tempo che si fa suono. Perciò ci dicono chi siamo. L’essere è, il non essere non è, dice Parmenide. E forse le cose stanno così, ciò spiegherebbe l’irreversibilità della vita. Ma, obietta Aristotele, l’essere si dice in molti modi. Altro è dire di una cosa se è o se non è, altro dire se è bella, buona, brutta, cattiva. Può darsi, però che il discrimine tra i due significati non sia così netto come Aristotele lo suggerisce.

L’urna di Keats, allora, custodia di chi non c’è più, quale significato mi comunica con la sua bellezza? Che gli scomparsi, gl’inuditi esistono nell’urna che non li contiene più, o che quel vuoto, quel non più, quel non essere che l’urna mi comunica è il sottotesto della vita, l’impercepibile del respiro, l’inudito della musica, l’inespresso della poesia? Sogno di un’ombra chiama gli uomini Pindaro. Keats non conosceva il greco, ma avrà letto la traduzione inglese, come ha letto in inglese Omero, e lo ha penetrato così profondamente da scrivere quella che forse è la più bella poesia mai scritta sulla poesia di Omero. Ora, quest’inafferrabilità della musica, della poesia è proprio ciò che la musica e la poesia sono. Esseri di un giorno – questo vuol dire effimeri – la realtà che guardiamo, in cui siamo immersi, non sappiamo, e forse non possiamo, coglierla, afferrarla che nel suo svanire, nel sogno che ci lascia dentro la sua ombra. E quello svanire che affiora nella musica delle nostre parole è la poesia.

Heard melodies are sweet, but those unheard

Are sweeter; therefore, ye soft pipes, play on;

Not to the sensual ear, but, more endeared,

Pipe to the spirit ditties of no tone.

John Keats, Ode on a Grecian Urn, II, 1-4

Le udite melodie sono dolci, ma le inudite

sono più dolci; e perciò, voi teneri flauti, suonate;

non per l’orecchio sensitivo, ma, più suasivi,

flauti, per lo spirito ariette senza suono.

(Perdonate l’impaccio della traduzione. Ma ho cercato di restituire fedelmente la densità del verso inglese).

Bright Star, John Keats

Articolo precedente“Island Of My Own”, il nuovo singolo dei The Lovepools punta dritto al pop Anni ‘80
Prossimo articoloRoma Fringe Festival 2021, la festa del Teatro Indipendente è online
Dino Villatico
Sono nato a Roma nel 1941, il 28 aprile. Infuriava la guerra. Dagli 8 ai 15 anni ho frequentato le scuole argentine (elementari e Colegio Nacional, il nostro liceo) a Bahía Blanca, Provincia di Buenos Aires. L’apprendimento di un’altra lingua, lo spagnolo, mi aprì la mente all’esperienza di pensare in molte lingue. Devo a questa iniziazione l’attuale familiarità, più o meno stretta, con lo spagnolo, il francese, l’inglese, il tedesco, il greco, antico e moderno, il latino. In Italia ho frequentato il liceo classico e poi l’Università. L’Università di Roma, allora, era una fucina di idee e di sperimentalismo. Conobbi Federico Chabod, Nino Perrotta, Natalino Sapegno, Nino Borsellino, Aurelio Roncaglia, Bruno Migliorini, Ettore Paratore, Ugo Spirito, Gustavo Vinay, Alberto Asor Rosa. Mi laureai con Sapegno redigendo una tesi su un poligrafo fiorentino del ‘500, Antonfrancesco Doni, ma relatore fu Nino Borsellino, che restò poi un caro amico, e correlatore fu Asor Rosa. Perfezionavo intanto i miei studi di pianoforte con Vera Gobbi-Belcredi. Ho insegnato materie letterarie nel Ginnasio (greco, latino, storia e geografia, italiano) e in seguito italiano e latino al liceo: le due lingue classiche restano, comunque, capisaldi del mio rapporto con il mondo, l’occhio di Omero, di Sofocle, Euripide, Platone, Aristotele, Lucrezio, Virgilio, Catullo, Tacito, Marcellino, e tra gli scrittori cristiani di Origene, di Gregorio Nazianzeno e Gregorio di Nissa, di Agostino, Tommaso, Duns Scoto, è un occhio per me insostituibile e ineliminabile. “Punti di riferimento”, poeti e scrittori come Shakespeare, Cervantes, Calderón, Góngora, Baudelaire, Goethe, Rilke, Benn, Eliot. Ho collaborato con la Repubblica in qualità di critico musicale e dal 1980 divenni docente di storia della musica nei conservatori: dapprima ad Avellino, poi a Firenze, infine a Venezia. Ho scritto qualche racconto che è stato pubblicato su varie riviste, tra cui Nuovi Argomenti, e testi teatrali, di cui alcuni rappresentati con successo a Roma, ad Asti, a Bari, a Bologna, a Viterbo, a Venezia. Continuo a scrivere critica musicale e altri scritti di vario genere. Latino e greco non sono per me lingue morte, ma le lingue vive dei miei padri. Chiudo, perciò, questo breve promemoria con una citazione oraziana: Immortalia ne speres, monet annus et almum quae rapit hora diem.

LASCIA UN COMMENTO

Prego, inserisci il tuo commento
Prego, inserisci il tuo nome