Non si può più dire niente. Sembriamo essere sotto l’esame di una censura velata. E di una miriade di ‘Associazioni in difesa di’ pronte a schierarcisi contro, associazioni delle quali prima d’ora non eravamo assolutamente a conoscenza. Eppure esistono. Pare. Fatto sta che prima di parlare bisogna pensare molto bene a come ci si esprime e a cosa si dice. Sono pronte a scattare le denunce: per razzismo, mancanza di rispetto, irriverenza, offesa, scherno etc. etc. Ultima in ordine di uscita quella contro M. Hunziker e G. Scotti che, nel mandare in onda un servizio dedicato alla sede Rai di Pechino, hanno scherzosamente mimato gli occhi a mandorla dei cinesi e pronunciato la ‘elle’ al posto della ‘erre’, evidenziando la secolare caratteristica fonetica di un popolo già al centro di molte gags passate, in tempi ben lontani dai grotteschi sconcerti presenti. E questo è solo un esempio. Non vi venga in mente di dire che: amate talmente tanto vostro figlio che ‘ve lo mangereste’; che il bambino della coppia di colore, vicina di casa, è un bel ‘negretto’; che vi siete talmente alterati con vostro marito che ‘lo avreste strozzato’; che il cantante appena esibitosi ha una bella voce ma è un ‘tantino effeminato’; che vostra nipote vi sembra ‘un po’ ingrassata’; che il vostro dirimpettaio ha un cane poco educato perché sporca il pianerottolo e ‘non ne potete più’. Insomma, quello che una volta era libera espressione, oggi è diventata un’arma contro noi stessi. Affilatissima. In agguato e subdola. A poco serve dimostrare la totale buona fede e l’incondizionata mancanza di cattiveria, riconosciutaci da chiunque ci conosca. No. Siamo dei mostri e, perciò, meritiamo querele e rapporti. Li meritiamo perché il nostro comportamento potrebbe, addirittura, essere d’esempio per qualcun altro che, emulandoci, diverrebbe sobillatore di altrettanta malevolenza e malvagità. E’ uno scenario che lascia molto alla fantasia, diciamo. E fa pensare di tutto. Fa pensare che stiamo ruzzolando per una brutta china, senza capire nemmeno come siamo arrivati a livelli così poco edificanti. Neanche l’autocritica ci viene in soccorso, dal momento che abbiamo dimenticato cosa significhi usare la nostra testa e non lasciarci, invece, trascinare dal ‘così fan tutti’. E siccome non possiamo concederci la diversità da chicchessia perché ci sentiremmo, sicuramente, emarginati o ‘démodé’, ci amalgamiamo alla limitatezza altrui per non essere da meno, per così dire. E ci imbrodiamo sempre più in contesti da caricatura. Ci andiamo aggrappando all’esasperazione per contestualizzarci, per venire a galla, per dare importanza a cose che non ne hanno e che potrebbero considerarsi assolutamente ‘normali’, come, in effetti, sono state fino a poco tempo fa. Prima che il moralismo da copertina iniziasse a rastrellare riflessi e applausi ruffiani e l’opinione comune diventasse serva di un sistema intellettualmente scarso e di dubbia cultura. La mala fede ed il malanimo sono ben altro. Sono da tutt’altra parte e si alimentano di fatti, di malefatte e di violenza vera. Non di modi di dire stra usati e appartenenti ad un linguaggio quotidiano familiarissimo ma che passa, all’improvviso, sotto accusa creando una moda e passerelle da esame microscopico e da azioni legali senza attenuanti. E senza più la consapevolezza o la naturalezza di poter parlare con semplicità e non costantemente impauriti da un patetico tribunale dell’assurdo.

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