
Il libro di Michela Volpi nasce da un’esigenza personale molto forte: interrogare il passato per costruire un futuro più consapevole. In questa intervista si esplora il percorso creativo dell’autrice, tra memoria, relazioni familiari e il desiderio di trasformare l’esperienza personale in uno spazio di riflessione condivisa.

Il tuo libro sembra nascere da una domanda molto semplice ma molto scomoda: cosa stiamo davvero trasmettendo alle generazioni dopo di noi? Quando hai iniziato a scrivere, avevi già questa domanda chiara oppure è emersa poco a poco durante il percorso?
Questo libro è nato con questa domanda. Noi generazione dei trent’anni vuole essere un invito a chi non si è mai soffermato a riflettere sull’importanza di quello che stiamo trasmettendo alla generazione futura. Con questo, non intendo parlare solo dei traumi generazionali, ma anche di abitudini, stereotipi e della capacità emotiva e genitoriale. In questo caso, il tema genitoriale mi tocca da vicino, in quanto ho una splendida bimba di dieci anni, avuta molto giovane. All’epoca non avevo gli strumenti per potermi migliorare, probabilmente, come tante altre persone, pensavo di poter riuscire a risolvere i miei problemi da sola e infatti, come dico nel libro, l’analisi e l’autoanalisi sono state compagne di viaggio in questa formula ricostituente.
C’è un passaggio in cui scrivi che ignorare una domanda non la rende meno vera. È una frase che colpisce molto. Quanto la scrittura ti ha costretta a fare proprio quelle domande che magari per anni avevi evitato?
No, la scrittura non mi ha obbligata a farmi queste domande, semplicemente mi ha accompagnata e aiutata ad esternare tutte le domande che ho ignorato per molto tempo, rimanendo dentro di me. Come scrivo nel libro, quando una verità resta nella testa può essere rimandata, se invece la scrivi, esiste. Ed io, ho voluto dare vita a tutti miei interrogativi, condividendoli senza paure, anzi, sperando di poter essere un esempio di giovane trent’enne che parla del proprio percorso introspettivo.
Un piccolo appunto da lettore: alcuni capitoli sono quasi dei dialoghi interiori molto intensi. Hai mai pensato di alternare di più queste parti con momenti narrativi più esterni oppure sentivi che la forza del libro stava proprio in quella voce così diretta?
Si, sono consapevole che alcuni capitoli potevano esprimersi ancora di più. L’idea di creare momenti narrativi più esterni l’ho avuta, ma durante il percorso di scrittura ho capito che questo libro aveva bisogno di frasi dirette, senza girare intorno al discorso. Forse, perché io sono fatta così, mi arrivano meglio i concetti concisi e diretti, o forse perché la narrativa ho voluto lasciarla al prossimo libro.
Tra gli autori o i libri che ti hanno accompagnato nella vita, ci sono scrittori che ti hanno influenzata nel modo di affrontare temi come la memoria, la famiglia e la crescita personale?
Nella vita mi sono fatta accompagnare spesso e volentieri dai volumi della psicoanalisi di Freud e Jung, in quanto mi ha sempre affascinato la mente umana, probabilmente per riuscire a mettere ordine nella mia testa. Ma se parliamo di autori o libri nello specifico, che mi hanno influenzata su determinate tematiche, no. Questo libro è frutto della mia consapevolezza e del percorso che ho intrapreso con la mia analista, di anni di errori e di prese di coscienza, arrivate a trent’anni. Infatti, come anticipo nei disclaimer, il libro non sostituisce il parere di un professionista, semplicemente propongo la mia esperienza e le mie riflessioni a scopo narrativo e divulgativo.