Roberto Giorni prova a raccontare un’epoca intera in “Quasi Troppi”, non sempre riuscendoci del tutto

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Leggere “Quasi Troppi” di Roberto Giorni significa entrare nella testa di Giancarlo Banchelli e restarci per pagine e pagine, seguendo un flusso di pensieri, incontri e piccole ossessioni quotidiane che compongono il ritratto di un uomo confuso, insofferente verso la propria famiglia e in cerca di una libertà che non sa ancora nominare. Il romanzo ha il merito di restituire con onestà la voce interiore del protagonista, senza abbellirla né renderla eroica, e questo scarto rispetto ai canoni più rassicuranti del genere è forse il suo pregio più interessante. Bisogna però ammettere che, a un certo punto della lettura, l’accumulo di personaggi, situazioni e piccoli episodi quotidiani finisce per appesantire il ritmo, e alcune pagine sembrano ripetere, con varianti minime, dinamiche già viste in capitoli precedenti. È un difetto che si perdona più facilmente pensando all’ambizione del progetto: raccontare un’epoca intera, tra satira sociale e conflitto generazionale, attraverso lo sguardo un po’ ingenuo e un po’ spietato di un solo personaggio. C’è, in certi passaggi, un’eco della vena grottesca di Niccolò Ammaniti nel raccontare famiglie e ambienti sociali con affetto e insieme spietatezza, anche se lo stile di Giorni resta più diaristico e meno costruito a tavolino. Quando il romanzo si concentra sui rapporti familiari, e su una famiglia molto attenta alle apparenze e a un’educazione cattolica ben poco elastica, trova i suoi momenti migliori, quelli in cui l’ironia si fa più tagliente e la scrittura più libera. Nel complesso resta un’opera sincera, a tratti sorprendente, che avrebbe forse guadagnato da un maggiore rigore nella selezione degli episodi da raccontare, ma che non perde mai il proprio sguardo originale sul mondo che descrive, né la voce disincantata del suo protagonista, che resta impressa anche dopo aver richiuso il libro.

- 16/07/2026

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