

L’antagonista de L’uomo che divenne ombra, costruito con un metodo glaciale e un gusto quasi teatrale per la messa in scena delle proprie vittime, è probabilmente il personaggio più riuscito dell’intero romanzo di Roberto Colagrande: non un mostro gratuito, ma un’intelligenza che si crede al di sopra delle regole comuni. Verso la metà del libro, su uno dei corpi ritrovati, compare un biglietto che recita “Un re senza regno è solo polvere”, frase che da sola racconta più dell’ossessione del colpevole di intere pagine di descrizione psicologica. Il noir italiano ha una lunga tradizione di città che diventano personaggi, e la Bari di Colagrande, notturna e quasi febbrile, ricorda per certi versi la Napoli di Maurizio de Giovanni, pur mantenendo una voce del tutto propria. La suddivisione in capitoli brevi, ciascuno chiuso quasi sempre su un punto di rottura, asseconda perfettamente le abitudini di lettura più contemporanee. Quello che colpisce, leggendo, è la capacità di alternare scene di pura azione a momenti di stasi quasi contemplativa, senza che il passaggio risulti mai brusco. Anche i personaggi secondari, spesso il punto debole di molti debutti, qui hanno spazio e voce propria, senza risultare comparse funzionali alla trama. I dialoghi con i vertici istituzionali, terreno scivoloso per molti polizieschi italiani, restano credibili, senza scadere nel didascalico o nel tono da fiction televisiva. Per chi ama il poliziesco capace di sporcarsi le mani con la politica e il potere, questo debutto merita davvero attenzione: lo si legge con l’inquietudine di chi sa che la storia, in fondo, avrebbe potuto andare in un’altra direzione.