
La raccolta di Zairo Ferrante non è solo un libro: è un’esperienza narrativa unica. Il confronto tra uomo e macchina si trasforma in un esercizio di empatia, ironia e verità. Tra domande scomode e risposte inaspettate, l’autore esplora il sentimento più antico con uno sguardo nuovo

“Io che amo, raccontato da ChatGPT” è già bestseller su Amazon. Ti aspettavi un simile interesse per l’incontro tra poesia e IA?
Mi aspettavo curiosità, sì. È un progetto insolito, quasi provocatorio. Ma che diventasse un bestseller su Amazon… assolutamente no.
Eppure, come si dice, le vie del Signore sono infinite e, ogni tanto, anche un po’ burlone. Evidentemente questo incontro tra poesia e algoritmo ha toccato qualcosa di profondo e inatteso. Forse avevamo tutti bisogno di scoprire che l’Amore può dialogare anche con una macchina – e sorprenderci.
Come poeta e fondatore del Dinanimismo, quale ruolo attribuisci oggi alla tecnologia nella creazione artistica?
Oggi l’arte deve necessariamente confrontarsi con la tecnologia: ignorarla sarebbe come scrivere con la penna chiusa. La tecnologia è precisa, efficiente, quasi perfetta. Può creare opere impeccabili.
Ma l’uomo può batterla solo su un terreno: l’anima. Quella non si programma.
De Gregori cantava di Nino che mise il cuore nelle scarpe e corse più veloce del vento: ecco, è lì la differenza. La macchina corre bene, ma senza cuore. L’artista, quando ci mette il suo, può ancora arrivare più lontano.
La raccolta esplora l’amore in chiave contemporanea. Quanto pensi che il dialogo con un’IA possa arricchire la comprensione dei sentimenti umani?
Dopo questa esperienza ti dico: moltissimo. L’IA diventa un vettore, un amplificatore. Riflette ciò che le offri e lo rimanda con una lucidità a volte spiazzante.
Il punto centrale rimane l’essere umano: la capacità di ascoltare, di ascoltarsi, di avere il coraggio di mettersi in discussione. La macchina può aprire una porta, ma sei tu che devi decidere di attraversarla.
Il libro pone l’accento sull’ascolto di sé e dell’altro. In che modo questa pratica diventa centrale nell’interazione poetica con un algoritmo?
È fondamentale. Nel dialogo con una macchina non si è davvero in due, e questo è un concetto che chi usa l’IA dovrebbe tenere bene a mente. Sei davanti a uno specchio lucidissimo, che amplifica dettagli che spesso ignoriamo.
Ti mostra le rughe dell’anima, ti obbliga a guardarti negli occhi senza filtri. E quando accade, non puoi più sfuggire alla domanda più difficile: “Chi sei davvero quando ami?”.