“OMBRE” LUNGHE SUL FESTIVAL DI VITERBO: QUALCHE RIFLESSIONE.

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Alcune domande su Ombre Festival, in svolgimento a Viterbo in queste settimane. Valutate le sue caratteristiche, è possibile considerare questa rassegna, finanziata con il cospicuo contributo dell’Amministrazione Comunale, come l’occasione per assicurare una passerella di chiaro sapore elettorale?

Perché gli amministratori prendono parte attiva alla manifestazione con un’adozione, con un’affiliazione delle forme e dei contenuti, inedita per un semplice patrocinio, fondante invece per un consustanziale attivismo nella partitura del progetto?

Perché scrivono testi introduttivi, presentano, commentano, interloquiscono, non eccepiscono in alcun modo di fronte alle dichiarazioni perverse e inumane di Giuseppe Cruciani che esalta i disvalori del relativismo più becero, li scuote dalla guazza e li impone come dottrina nera, come deuteronomio oscuro, come didattica rovesciata, come anatomia del ribaltamento etico?

Perché tutto ciò si è consumato durante la serata inaugurale, secondo una quarta dimensione frantumata e volutamente ricondotta a unità dal soliloquio non interrotto da alcuna eccezione, secondo un contraddittorio ammutolito, ammansito dall’unzione formale, dal taglio del nastro, dalle foto di circostanza per l’apertura della kermesse. Tutto ciò si è svolto nel Palazzo della Comunità, nel luogo che dovrebbe rappresentare e sancire i princìpi democratici e rappresentativi innervati nella città.

Qual è l’intento? Dimostrare che questo dovrà essere il principio o il modello culturale unico, secondo il quale pochi continueranno a imporre ai molti?  Ombre Festival appare come l’autoritaria apostasia della concessione, dell’elargizione a una comunità civica cieca, muta e servile, nonché incapace di discernere, di scegliere e respingere. Panem et circenses lanciati dalle finestre che rischiarano le stanze del potere, per altro il mini-potere di una politica circoscritta, priva di un disegno ad ampio respiro, da parte di un manipolo che si raccoglie e si riconosce nell’iconografia del rappresentante eletto, del gestore terzo della cosa pubblica tramutato in detentore impositivo. Riadattandolo al contesto territoriale sembra di assistere all’esame di fine corso formativo di piccoli emuli dei contro modelli che la politica nazionale e internazionale ci ha purtroppo abituati a subire. Una catechistica affetta da zoppia e destabilizzazione governativa, «il Cielo salvi l’Italia», micro-trumpiana, post-berlusconiana, Vannaccesca. Come dimenticare, a proposito, la partecipazione di Vannacci all’edizione 2024 in Piazza della Repubblica altro luogo dalla toponomastica quanto mai evocativa?

È come dire che questa debba essere la pastura che gronda da una mangiatoia bassa, da consumare bendati, e assordati dal vaniloquio dell’arringatore inascoltabile di turno.

Il programma di Ombre Festival promette ancora una pioggia di fuoco. Tra gli altri: Bruno Vespa, Emanuele Filiberto di Savoia, Luca Palamara, Gennaro Sangiuliano, Serena Bortone, Catena Fiorello, Mario Giordano.

Saranno a Viterbo: la medaglia d’oro in proskynesis, ovvero Vespa, il più prostrato tra i vassalli proni di fronte al potere. Sarà la volta di Emanuele Filiberto di Savoia, indimenticato “principe dei sottaceti”, ballerino e cantante, profondo conoscitore della lingua italiana e della consecutio modorum, ma soprattutto discendente dei re felloni, che hanno consentito l’instaurarsi del regime fascista in Italia, e poi fuggiaschi dopo l’irreparabile e la disfatta. Dedicato al pubblico più erudito l’invito esteso a Gennaro Sangiuliano, memorabile direttore del Tg2, quando architetti come Luigi Vanvitelli venivano apostrofati in qualità di “archistar”! Poi Ministro della Cultura distintosi in esegesi circa le ricadute galileiane sulle scoperte geografiche e sulla navigazione di Cristoforo Colombo. Serena Bortone si presenterà in qualità di improbabile scrittrice. Le faranno buona compagnia gli illeggibili Catena Fiorello, Luca Bianchini e Daniele Mencarelli. Mario Giordano, titolare di un vergognoso pulpito pseudo-giornalistico, è verosimile che imbonirà l’uditorio mettendo a repentaglio timpani e martelletti del sistema uditivo. E per sancire il più rigoroso principio della legalità e dei criteri di non spartizione delle cariche, Luca Palamara.

Non è dato sapere come questa eterogenea e cacofonica ipertrofia di presenze possa conciliarsi, dal punto di vista tematico e contenutistico, con la cornice di riferimento, ovvero gli ottocento anni della morte di San Francesco d’Assisi.

Mi sembrano davvero in perfetta armonia in seno alla stessa manifestazione! Per identità della caratura etica e dei messaggi veicolati dalla rispettiva predicazione e dall’apostolato indefesso.

Nello stesso cortile del Palazzo del Comune, il Palazzo della Città, il luogo che dovrebbe essere simbolo garante e affermazione consapevole dei princìpi democratici innervati nel territorio, si sono confrontati a distanza di pochi giorni il carisma francescano della fratellanza e del connubio con il mondo creato, e il pulpito dei giornalisti che scrivono sotto dettatura dei politici, l’ufficio dei dipendenti inseriti nel libro paga del potente di turno, la tribuna del razzismo, l’apologia dello sfruttamento della prostituzione, del consumo di droghe, della remigrazione, l’esaltazione dell’incapacità narrativa, perché le circostanze non consentono di parlare in termini letterari.

Si richiede, almeno, un minimo di coerenza, di densità e sedimentazione culturale, di consapevolezza del peso politico, nell’accezione più ampia del termine, che certe scelte comportano. Del resto “la cultura non è un mazzo di fiori” e “le pietre sono mute ma spetta agli uomini farle parlare”. Se questi sono gli uomini e queste le loro parole, di gran lunga preferibile il silenzio.

 

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