Note a margine di un esordio irregolare: Terzi e il coraggio di scrivere “Johnny il Bello”

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La prosa di Raffaele Terzi non cerca di impressionare. È essenziale, a tratti scivolosa nei passaggi più concitati, priva della cura ritmica che distingue la buona autobiografia dalla semplice cronaca. Eppure “Johnny il Bello” funziona, e il motivo è abbastanza chiaro: la voce che emerge da quelle pagine è inequivocabilmente viva. Terzi non scrive da scrittore ma da testimone, e questa differenza si sente fin dalle prime righe, quando il tono si sistema su una frequenza che non ha niente di costruito. Le sezioni meno convincenti sono quelle centrali dedicate alla crescita professionale del marchio Cmj: i dettagli imprenditoriali prendono il sopravvento sull’emozione, il ritmo si allenta, e il libro si avvicina per qualche pagina a quella tradizione memorialistica di matrice anglosassone, da Lee Iacocca in poi, dove la sostanza biografica viene messa davanti a qualsiasi elaborazione formale, senza però raggiungerne la chiarezza strutturale. I capitoli sui viaggi e sulle amicizie del quartiere sono invece i più riusciti: lì la materia si fa densa, il ritmo si stringe, e si sente che l’autore sta parlando di qualcosa che gli appartiene davvero. La chiusura del libro riporta tutto a fuoco con efficacia. Un esordio imperfetto ma vivo, che lascia curiosità per quello che potrebbe venire dopo.

- 01/07/2026

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