Ninfali ha talento, ma il romanzo non convince del tutto: le note a margine di “Un texano a Roma”

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Partiamo da quello che funziona, perché funziona davvero: la costruzione di Charlie Stone. Arnaldo Ninfali ha avuto l’intelligenza di non scrivere un eroe. Il suo texano è un giornalista con più difetti che certezze, un ex marine che ha abbandonato le armi per principio ma che non sa sempre cosa farsene di quel principio nella vita quotidiana. Quando litiga col direttore Pampaloni, quando si lascia guidare dalla gelosia verso Samantha, quando commette errori di valutazione su Capra e il suo giro, Charlie risulta credibile proprio perché è imperfetto. La trama principale, quella dell’omicidio Bonelli trasformato in suicidio, regge bene. Ninfali conosce i meccanismi del malaffare italiano e li racconta senza semplificazioni eccessive: fondi neri, cambio di destinazione dei terreni, complicità tra potere economico e politico locale, infiltrazioni mafiose. C’è sostanza. Quello che convince meno è la parte romantica, che a tratti scivola su binari abbastanza prevedibili. Il gioco di avvicinamento e allontanamento tra Charlie e Samantha, le battute in inglese, i momenti di tenerezza rubati: tutto corretto, ma raramente sorprende. La commissaria Parenzo è un personaggio ben costruito nella sua dimensione professionale, meno a fuoco in quella sentimentale, dove rischia di diventare più funzionale alla storia che autonoma rispetto ad essa. Detto questo, il ritmo complessivo del romanzo è sostenuto, il finale non delude e la Roma raccontata da Ninfali ha una sua concretezza geografica e sociale che si apprezza. Un progetto letterario ambizioso nei temi, riuscito nell’impianto generale, con qualche cedimento nei dettagli. Vale la lettura, con aspettative calibrate.

- 30/06/2026

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