
Con “Adesso dove sei?”, i Never Stuck ci portano nel cuore pulsante di una relazione perduta, tra arrangiamenti curati e parole che colpiscono. Una testimonianza generazionale che va oltre l’età: qui si parla di umanità, fragilità e crescita, con lo sguardo rivolto a nuove connessioni dal vivo.

“Adesso dove sei?” cattura il momento esatto in cui l’amore finisce ma il cuore non lo accetta. Come avete trasformato questo dolore in un linguaggio musicale così diretto?
Siamo cosi nella vita, pensiamo che essere diretti sia una forma di rispetto e amore. Chi gira intorno alle cose vuol dire che non ha ancora raggiunto una maturità emotiva e non da all’altro la possibilità di prendere coscienza della situazione reale.
Nel brano c’è un forte senso di smarrimento ma anche di gratitudine per ciò che è stato. È un equilibrio che ricercate sempre nella vostra scrittura?
La scopo di ognuno dovrebbe essere trovare l’equilibrio nella vita e nelle situazioni. Dove c’è dolore, c’è sicuramente anche gioia, dove c’è fallimento, ci sarà anche crescita, dove c’è un problema c’è un’ opportunità. La pensiamo così e di conseguenza emerge nei nostri brani.
La tensione emotiva cresce grazie a un arrangiamento che lascia spazio alla voce e poi esplode nei ritornelli. Quanto lavoro c’è dietro questa dinamica?
Nella nostra precedente esperienza musicale con la prima band “All Days in Garden”, abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci con professionisti del settore che all’epoca ci insegnarono a costruire la struttura di un brano in modo corretto. Sono conoscenze che sono rimaste con noi e che utilizziamo tutt’oggi per scrivere i nostri brani, anche se l’elemento guida è, e sempre sarà, l’emozione prima della tecnica.
Il singolo riflette anche una fragilità generazionale: difficoltà a comunicare, paure, orgoglio. Quanto questo tema vi appartiene come band?
Pensiamo siano difficoltà appartenenti agli esseri umani in generale e non ad una generazione specifica. Apparentemente sembrerebbe che le generazioni odierne abbiano più problemi in questo, in realtà i problemi sono gli stessi, ciò che manca sono famiglia, scuola, adulti di riferimento, persone in gamba su cui poter contare. Sembra un discorso troppo politico quindi te lo spiego in modo Punk Rock. Se la nonna è a Cuba con le amiche, il nonno a fare l’aperitivo, il papà dall’estetista, la mamma a farsi i selfie col tanga e i professori vivono aspettando il week end cosa ci aspettiamo dai ragazzi? Forse siamo usciti fuori traccia o forse no. Ad ogni modo la cosa ci riguarda come band perché riguarda tutti noi.
Il vostro percorso nasce da un incontro “destinato” dopo molti anni. Quanto questa storia personale alimenta la vostra musica e il vostro modo di stare insieme?
Siamo una famiglia, con i contro, ma soprattutto i pro, ci capiamo al volo, basta uno sguardo e questo, in particolare dal vivo fa la differenza.
Guardando avanti, quali sono le vostre ambizioni: un EP, un album, nuove collaborazioni o più presenza dal vivo?
Stiamo lavorando al nostro primo Ep e dal vivo vogliamo prediligere situazioni più intime e di valore come i piccoli club dove possiamo entrare in contatto diretto con il nostro pubblico consueto e nuovo.