Nel mondo sonoro di “Imaginationite”: Sereen si racconta

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Tra Napoli e Londra, Sereen costruisce un’identità musicale intensa e internazionale. Il nuovo singolo, parte dell’album “Suitcases”, è un viaggio nella psiche attraverso arrangiamenti alternativi e un’estetica visiva personale. In questa intervista, l’artista parla di sé, del suono e della cura attraverso l’arte.

 

La tua musica oscilla tra italiano e inglese. Quanto la scelta della lingua influisce sul modo in cui racconti le tue emozioni?

Credo che incida veramente tantissimo. Nel caso dell’inglese, io credo abbia veramente il potere di comunicare con pochissime frasi, se non addirittura con termini singoli, tantissime emozioni. Lo vediamo tanto nei pezzi che ascoltiamo quotidianamente o anche in vari documentari musicali, per chi ne è amante come me. Ho notato ultimamente nell’italiano la tendenza a voler copiare questa abilità, quando una volta la scrittura italiana puntava più sulla complessità delle frasi e sul premiare l’originalità lessicale del nostro vocabolario. Per cui credo che sia meglio rispettare la propria natura linguistica piuttosto che tentare di snaturarla.

“Imaginationite” esplora parti complesse della mente umana. Come affronti la vulnerabilità nel tuo lavoro creativo?

Domanda molto interessante, perché è proprio quello che sto vivendo ultimamente. Nei pezzi che sto scrivendo la vulnerabilità sta trovando una forma espressiva che è invece più sicura di sé stessa. È difficile da spiegarlo, però è come se stessi cercando di astrarre la vulnerabilità e guardarla con un occhio più distante, in modo tale da non farmici fagocitare mentre scrivo nuove cose. Il che è molto importante, perché spesso la vulnerabilità può essere un gran problema in alcuni momenti della vita, piuttosto che un fattore a nostro vantaggio.

Il brano ha un sound dark e viscerale. C’è qualche artista o corrente musicale che ti ha ispirato particolarmente per questo singolo?

Sicuramente, tra gli artisti che mi hanno maggiormente ispirato per il disco, annovero come sempre gli R.E.M. e i Muse. Però per questo singolo, in particolar modo, credo che abbiano inciso indirettamente i Tool e i Nine Inch Nails, i cui dischi ho letteralmente consumato quest’anno! Poi anche Joe è un grandissimo amante di questi due gruppi; quindi, non escluderei che la loro influenza fosse presente all’interno del disco.

C’è un momento particolare in cui hai capito che la tua musica poteva diventare un vero strumento di introspezione e condivisione?

Credo che uno dei momenti in cui ho capito che quello che scrivevo aveva la possibilità di diventare strumento di condivisione e introspezione è stato quando ho scritto 68 ed Urge for Life. Il primo parla dei disturbi alimentari, mentre il secondo fa riferimento alla pandemia e all’urgenza di uscire dalla claustrofobia della clausura in cui stavamo in quel momento. È come se, scrivendoli, avessi trovato un modo di non parlare solo e unicamente di me stessa, ma anche di lasciarmi guidare dal flusso dei suoni, senza doverne trovare immediatamente una connessione. Quest’ultima si è poi concretizzata solo alla fine, il che ha reso il processo di scrittura ancora più interessante.

- 08/12/2025

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