
Milomaria pubblica “La breve distanza”, il nuovo album uscito lo scorso 13 febbraio per Kate Records. Un lavoro che attraversa smarrimento, identità e legami sospesi con uno sguardo intimo e misurato, di suono artigiano per niente scollato dal tempo attuale di macchine e programmazioni… arricchito dalle collaborazioni con Leo Gullotta ed Elisa Benetti, dai contributi di Primiano Di Biase e da brani come “Via Maqueda”, “Negli occhi di Frida” e “Santa Rosalia”, dove Palermo, la Sicilia e le radici diventano parte integrante del racconto. Un disco pulito… davvero come i tempi moderni non sono…

“Negli occhi di Frida” mi ha colpito molto… c’è Gazzè dietro l’angolo… quanto siamo vittime del giudizio altrui?
Prendo Gazzè come un grande complimento. Sicuramente fa parte di quegli artisti che stimo e che hanno contribuito alla mia formazione, ma credo che in Negli occhi di Frida ci sia soprattutto il mio modo di raccontare. Del giudizio altrui siamo vittime molto più di quanto ammettiamo. Anche quando diciamo di non curarcene, spesso stiamo già reagendo a esso. Il punto non è diventare impermeabili, sarebbe impossibile, ma scegliere quali occhi meritano davvero di definirci. Frida è proprio quello sguardo che non giudica, ma riconosce.
Quanta Sicilia c’è dentro il suono e la scrittura del disco?
Tanta, anche quando non si sente in modo esplicito. La Sicilia non è soltanto dialetto, mandolini o sole. È un modo di vivere i contrasti, di essere tragici e ironici nello stesso minuto. Nella scrittura c’è sicuramente il mio modo siciliano di raccontare, pieno di immagini, nostalgia, eccessi e contraddizioni. Nel suono invece la Sicilia è più libera, meno riconoscibile. Non volevo rappresentarla, volevo semplicemente portarmela dietro. E quella, volente o nolente, viene ovunque con me.
E dentro queste distanze? Tu come ci vivi ogni giorno?
Ci vivo abbastanza bene e abbastanza male. Sono siciliano e ho vissuto spesso lontano da casa, quindi già geograficamente ho una certa esperienza nel settore. La distanza per me è nostalgia, ma anche possibilità. Mi manca qualcosa perché esiste ancora un legame. E poi c’è quella più difficile, la distanza da sé stessi. Alcuni giorni mi sento perfettamente centrato, altri potrei mandarmi una cartolina.
Primiano Di Biase… ormai suono fisso con De Gregori. Cos’hai chiesto ad un musicista come lui?
Gli ho chiesto di essere Primiano Di Biase. Quando hai davanti un musicista di quel livello bisogna fidarsi, o si fanno altre scelte.
La prima collaborazione è stata al Premio De André, dove mi ha accompagnato al pianoforte, e da lì è nata una stima umana e artistica. In Via Maqueda avevo bisogno di eleganza, sensibilità e misura. Lui ha portato tutte e tre le cose senza mai invadere il brano. Così come ha fatto con la fisarmonica di L’Amuri. I grandi musicisti sanno stare al centro anche senza occupare tutto lo spazio.
Ormai di stanza a Roma se non erro… giusto? E qui che vita hai nelle tasche? Una città del genere vive di distanze o di continue commistioni ravvicinate?
Sì, vivo a Roma da diversi anni. Nelle tasche ho una vita abbastanza caotica, incontri improbabili, canzoni, progetti e probabilmente qualche scontrino che avrei dovuto buttare mesi fa. Roma vive di entrambe le cose. È una città in cui puoi sentirti parte di tutto e completamente solo nello stesso momento. Mescola continuamente persone, linguaggi e vite, ma riesce anche a creare distanze enormi tra quartieri, mondi e individui. È una città contraddittoria, quindi per me abbastanza familiare.
Bella la copertina: quanto conta per te l’immagine nello scrivere un disco o una canzone?
Conta molto, ma non deve venire prima della sostanza. L’immagine è un linguaggio, non un semplice involucro. Può raccontare qualcosa che una canzone lascia sospeso oppure preparare lo sguardo di chi ascolta. Quando scrivo vedo quasi sempre scene, colori e movimenti. Per me una canzone non è mai soltanto suono. La copertina di La breve distanza nasce proprio da questo. Due persone vicine, una luna enorme, uno spazio apparentemente minimo che però può contenere un mondo intero. L’immagine non deve spiegare il disco. Deve continuare a raccontarlo.