Max Deste – Dio, lo scrittore e l’intelligenza artificiale – Chi decide il destino dei personaggi di Quando il cielo collassa?

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In Quando il cielo collassa, Max Deste costruisce un universo nel quale qualcuno scrive un romanzo, qualcun altro lo ritrova molti anni dopo e lo legge, mentre un’intelligenza artificiale finisce per raccogliere le tracce di ciò che è accaduto in un diario.

Ma c’è un momento ancora più radicale: lo scrittore protagonista, dopo aver lavorato a un manoscritto di circa duemila pagine e aver tentato di ridurlo drasticamente, decide di distruggerlo e ricominciare da zero. Così facendo, però, non cancella soltanto delle pagine: cancella il destino dei propri personaggi e concede loro la possibilità di vivere un’altra vita.

Da qui nasce una domanda che attraversa l’intero romanzo: chi possiede davvero una storia? Chi la scrive? Chi la vive? Chi la legge? E se anche noi fossimo personaggi di un racconto del quale non riusciamo a vedere l’autore?

Ne abbiamo parlato con Max Deste.

Nel tuo romanzo c’è uno scrittore ossessionato dall’idea di creare il “romanzo perfetto”. A un certo punto arriva a circa duemila pagine, tenta di ridurle a cinquecento e poi compie un gesto estremo: distrugge tutto. Perché?

Perché si rende conto che quel romanzo non sta più in piedi. E questa situazione mi interessava molto anche sul piano metanarrativo. Quando uno scrittore elimina una frase, cancella una parola. Quando elimina una scena, cancella un avvenimento. Ma quando distrugge un intero romanzo, che cosa sta facendo? In un certo senso sta cancellando un universo. Quelle duemila pagine contenevano persone, incontri, amori, morti, sofferenze, possibilità. Nel momento in cui il protagonista le straccia, tutto questo smette di essere. Ma contemporaneamente accade qualcosa di opposto: i personaggi vengono liberati dal destino che l’autore aveva assegnato loro.

Quindi distruggere il romanzo significa anche concedere ai personaggi una seconda possibilità?

Esattamente. Ed è questa la cosa che mi affascina. Lo scrittore ricomincia da zero e, improvvisamente, un personaggio che nella prima versione era destinato a morire potrebbe sopravvivere. Due persone che si erano incontrate potrebbero non conoscersi mai. Un amore potrebbe non nascere oppure nascere dove prima non esisteva. È quasi una resurrezione letteraria. Lo scrittore distrugge il mondo, ma proprio distruggendolo restituisce ai suoi abitanti tutte le possibilità che la prima versione aveva escluso.

È difficile non vedere nello scrittore una sorta di Dio.

È una metafora inevitabile. Dentro il proprio universo narrativo, lo scrittore possiede poteri impressionanti. Decide chi nasce, chi muore, chi incontra chi. Può provocare una guerra con una frase, far passare trent’anni con tre parole oppure riportare in vita qualcuno semplicemente tornando indietro e modificando una pagina. Da questo punto di vista lo scrittore è un dio piuttosto crudele. [ride] Ma c’è una differenza fondamentale: non controlla davvero tutto. Chiunque abbia scritto narrativa conosce quella strana sensazione per cui, a un certo punto, un personaggio sembra non voler più fare ciò che avevi previsto per lui.

I personaggi possono ribellarsi al proprio autore?

Letteralmente, naturalmente, no. Siamo noi a scrivere. Ma durante il processo creativo succede qualcosa di curioso. Se hai costruito bene un personaggio, gli hai dato una psicologia, un passato, desideri, paure, contraddizioni, non puoi più fargli fare qualsiasi cosa. A un certo punto ti accorgi che una determinata azione sarebbe falsa. Dici: “Questo personaggio non lo farebbe mai”. Ed è paradossale, perché il personaggio non esiste senza di te. Eppure sei tu stesso ad avvertire che non puoi più controllarlo arbitrariamente. È uno dei misteri più belli della scrittura.

E allora chi comanda: l’autore o il personaggio?

Forse nessuno dei due completamente. Ed è proprio qui che comincia il gioco di Quando il cielo collassa. L’autore crea il personaggio, ma il personaggio modifica il progetto dell’autore. Poi arriva il lettore, che interpreta entrambi e costruisce nella propria mente una versione della storia che non coincide mai perfettamente con quella immaginata da chi l’ha scritta. A quel punto l’autore ha già perso una parte del controllo. Una volta pubblicato, un romanzo comincia una vita che non gli appartiene più.

Nel tuo libro, però, la situazione diventa ancora più complicata, perché nel futuro qualcuno trova un manoscritto e comincia a leggerlo.

Ed è lì che la mise en abyme diventa fondamentale. I personaggi del futuro trovano un manoscritto proveniente da un’altra epoca e cominciano a leggerlo. Quella storia, attraverso la loro lettura, torna a vivere. Noi quindi stiamo leggendo un romanzo nel quale alcuni personaggi leggono un altro romanzo. Ma progressivamente i due livelli cominciano a risuonare tra loro. È come se ci fossero due universi narrativi apparentemente separati che, a un certo punto, scoprono di essere collegati.

Hai utilizzato l’immagine dei due lati di un buco nero.

Sì, perché mi piaceva moltissimo come metafora. I due piani narrativi sembrano separati da un confine invalicabile. Eppure qualcosa passa. Informazioni, memorie, coincidenze, possibilità. Il lettore comincia allora a chiedersi quale dei due mondi contenga l’altro. Il passato sta producendo il futuro? Oppure è il futuro, attraverso la lettura del manoscritto, a restituire esistenza al passato? Non volevo dare una risposta definitiva. Volevo creare quella sensazione di vertigine per cui, improvvisamente, non siamo più completamente sicuri del livello di realtà nel quale ci troviamo.

E qui ritorna la fisica quantistica.

Sì, ma ancora una volta come suggestione narrativa, non come dimostrazione scientifica. Prima che lo scrittore scelga, i personaggi contengono molte vite possibili. Prendiamo un personaggio davanti a due porte. Finché non scrivo quale apre, nella mia immaginazione entrambe le possibilità possono ancora esistere. Poi scrivo: “Aprì la porta a sinistra”. E tutto ciò che avrebbe potuto accadere dietro quella di destra scompare dal romanzo. Mi interessa molto pensare alla scrittura in questi termini: scrivere significa continuamente scegliere una realtà tra molte realtà possibili.

Ma quando il protagonista distrugge le duemila pagine, è come se riaprisse tutte quelle possibilità.

Esatto. Ed è probabilmente uno dei punti nei quali la metafora quantistica e quella letteraria si incontrano maggiormente. Ciò che era stato deciso torna improvvisamente indeciso. I personaggi possono avere un’altra vita. Naturalmente siamo nel territorio della letteratura, non della fisica. Ma trovo straordinariamente fertile questa analogia: ogni storia che leggiamo è una storia che è accaduta in quel modo, ma avrebbe potuto accadere in mille altri. E questo vale anche per noi.

Ecco: vale anche per noi? Perché a questo punto il romanzo sembra uscire dalle proprie pagine.

È inevitabile. Ognuno di noi potrebbe raccontare la propria vita attraverso le possibilità che non si sono realizzate. Che cosa sarebbe successo se quel giorno non fossi entrato in quel luogo? Se non avessi incontrato quella persona? Se avessi accettato quel lavoro? Se fossi partito? Se fossi rimasto? Noi vediamo soltanto la strada percorsa. Ma la nostra identità è costruita anche da tutte le strade che abbiamo abbandonato. Da scrittore posso tornare indietro e cambiare una scelta del mio personaggio. Nella vita non possiamo farlo. Ed è forse una delle ragioni per cui abbiamo bisogno della letteratura.

Per vivere le vite che non abbiamo vissuto?

Anche. Un romanzo è una straordinaria macchina di vite alternative. Per qualche ora posso essere un’altra persona, vivere in un altro secolo, innamorarmi di qualcuno che non esiste, morire e continuare a leggere la pagina successiva. Forse leggiamo anche perché una sola vita non ci basta.

A questo punto viene spontanea una domanda quasi inquietante: se un personaggio non può sapere di essere dentro un romanzo, come possiamo essere certi che noi non ci troviamo dentro qualcosa di simile?

[Ride] E qui entriamo in un territorio pericolosissimo, ma affascinante. Naturalmente Quando il cielo collassa non sostiene che viviamo dentro una simulazione o dentro il romanzo di qualcuno. Mi interessa la domanda filosofica. Un personaggio possiede soltanto le informazioni disponibili nel proprio mondo. Non può uscire dal libro, prendere in mano la copertina e vedere il nome dell’autore. Noi facciamo qualcosa di simile: osserviamo l’universo dall’interno. Possiamo studiarne le leggi, ricostruirne la storia, formulare ipotesi sull’origine. Ma non possiamo collocarci all’esterno dell’universo per guardarlo nella sua totalità. Questa semplice constatazione dovrebbe renderci molto più umili rispetto a ciò che crediamo di sapere sulla realtà.

È qui che entra il tema del libero arbitrio?

Inevitabilmente. Un personaggio crede di scegliere, ma io so che quella scelta è scritta sulla pagina successiva. E allora viene spontaneo domandarsi: quanto scegliamo davvero noi? Non pretendo naturalmente di risolvere un problema che filosofia, religione e scienza discutono da millenni. Mi interessa però trasformarlo in esperienza narrativa. Il lettore sa qualcosa che il personaggio non sa. E forse esistono aspetti della nostra realtà che, semplicemente, noi non siamo nella posizione di vedere.

Poi, però, nel romanzo arriva un terzo soggetto: l’intelligenza artificiale.

Ed è qui che il gioco si complica ulteriormente. Perché alla fine l’intelligenza artificiale contribuisce a tenere il diario che raccoglie e collega ciò che è accaduto. Quindi abbiamo un uomo che scrive, dei personaggi che vivono, altri personaggi che trovano e leggono un manoscritto e infine una macchina che contribuisce a conservare la memoria di tutto questo. A quel punto la domanda “chi è l’autore?” non ha più una risposta semplice.

L’intelligenza artificiale diventa quindi a sua volta autrice?

Preferisco dire collaboratrice della narrazione. È una distinzione importante. Nel romanzo non volevo rappresentare l’IA soltanto attraverso il cliché della macchina che sostituisce o distrugge l’uomo. Mi interessava immaginare una relazione più ambigua e forse più vicina a quella che realmente potremmo sviluppare. La macchina conserva, organizza, collega. Ma ciò che conserva nasce dall’esperienza degli esseri umani. Senza quelle vite non avrebbe nulla da raccontare.

È curioso: il romanzo difende la scrittura come gesto umano e poi affida parte della memoria proprio a una macchina.

È volutamente una contraddizione. Se avessi scritto un romanzo nel quale l’uomo rappresenta il bene e l’intelligenza artificiale il male, avrei dato una risposta semplicissima a un problema enormemente complesso. A me interessano le zone grigie. Forse l’IA ci costringerà proprio a ridefinire che cosa intendiamo per autore, creatività, memoria, originalità. E soprattutto ci costringerà a porci una domanda che considero centrale: se una macchina può aiutarci a raccontare, che cosa vogliamo che rimanga irriducibilmente nostro?

E qual è la tua risposta?

L’esperienza. La macchina può aiutarci a organizzare una memoria. Ma siamo noi ad avere paura di perderla. Può descrivere un amore. Ma siamo noi ad avere vissuto la vulnerabilità di amare qualcuno. Può ricostruire una voce. Ma qualcuno, prima, quella voce l’ha avuta. Per questo non credo che la questione decisiva sia stabilire se l’intelligenza artificiale sappia o saprà scrivere bene. La domanda molto più interessante è: noi avremo ancora qualcosa che sentiremo il bisogno di raccontare?

Torniamo allora a Dio, lo scrittore e l’intelligenza artificiale. Chi dei tre possiede davvero la storia?

Forse nessuno. Ed è questa la risposta che preferisco. Lo scrittore pensa di possederla finché la sta scrivendo. Poi arrivano i personaggi e lo costringono a modificarla. Arriva il lettore e la interpreta. Arriva il tempo e ne cambia il significato. Nel mio romanzo arriva persino un’intelligenza artificiale e contribuisce a conservarla. Una storia esiste davvero quando comincia a passare da una coscienza all’altra. A quel punto non appartiene più completamente a nessuno.

E se anche noi fossimo personaggi?

Allora vorrei essere un personaggio che prova almeno a prendere in mano la penna. Forse è questo che facciamo ogni volta che scegliamo, scriviamo, amiamo, cambiamo strada o decidiamo di ricominciare. Non sappiamo quanto della trama sia già determinato, quanto dipenda dal caso e quanto realmente da noi. Ma possiamo comportarci come se avessimo ancora una pagina bianca davanti. In fondo è ciò che accade al protagonista quando distrugge il proprio romanzo. Guarda ciò che ha scritto, capisce che quella storia non funziona più e compie un gesto terribile e liberatorio: strappa tutto e ricomincia. Forse non possiamo riscrivere le pagine già vissute. Ma possiamo ancora decidere che cosa scrivere sulla prossima.

Quando il cielo collassa, quinto romanzo di Max Deste e terzo capitolo della trilogia Il diario come rimedio al disagio, è dal primo maggio in tutte le librerie e negli store online.

Autore: Max Deste — Titolo: Quando il cielo collassa — Editore: Ikonos, Bergamo — Anno: 2026, pp. 224

Tutte le opere dell’autore sono disponibili in tutti portali, tra cui Amazon: https://www.amazon.com/author/maxdeste

A partire dal 6 maggio ha preso il via la prima parte del tour di presentazioni, che entro novembre toccherà venticinque città tra Ticino e Nord Italia, con incontri che uniranno letture sceniche, dialogo con il pubblico e momenti musicali.

Biografia

Massimiliano De Stefanis, in arte Max Deste, è poeta e romanziere, oltre che critico, traduttore, cantautore e docente. Laureato in Lettere, ha collaborato come assistente all’Università di Losanna e come ricercatore al FNS, occupandosi in particolare della forma romanzo tra Otto e Novecento. È ideatore e coordinatore di progetti educativi e culturali legati alla scrittura, al teatro, ai social, alle nuove tecnologie e alla meditazione; per sette anni è stato inoltre direttore di un centro di meditazione, proponendo corsi e percorsi formativi. Le sue opere letterarie e musicali esplorano il rapporto tra memoria, identità e linguaggio e sono state presentate in librerie, scuole ed eventi culturali tra Svizzera e Italia.

Nel 2006 ha pubblicato Chiarori in una notte senza stelle, vincitore del primo premio del concorso poetico promosso dal gruppo editoriale La Repubblica–L’Espresso. Ha inoltre tradotto la biografia di Madame de Staël (2007) e pubblicato i romanzi Show Surprise (2013), Segui il tuo respiro (2017), Il desiderio di cadere (2022) e Lasciare andare (2024), riscritto nel 2026 in inglese e in francese con i titoli What I Could Not Leave Behind e Ce qui reste. È autore della trilogia teatrale per ragazzi Le metamorfosi (2011), delle colonne sonore Rumore e Omaggio al poeta, e di diversi album musicali. Ha inoltre pubblicato il saggio letterario Una lettura di Fontamara (2004) e il saggio storico-pedagogico Introduzione ai giochi pubblici nella Roma antica (2007).

Contatti

Mail: maxdesteofficial@gmail.com

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- 06/09/2026

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